(AsiaNews) I 60 anni della RPC: ultimo atto o riciclaggio?

Socialismo

AsiaNews 28/09/2009 10:33
CINA
I 60 anni della Repubblica popolare cinese: il Partito contro il popolo
di Bernardo Cervellera

Le cerimonie del 1° ottobre vogliono celebrare la grandezza della Cina e la supremazia del partito comunista. Ma i pechinesi sono “invitati” a rimanere in casa. La paranoia della sicurezza e 800 mila persone reclutate per spiare, investigare, controllare. Studi storici obbiettivi sui 60 anni sono proibiti. Prima parte di un dossier sulla Cina a 60 anni dalla fondazione della Repubblica popolare cinese.

Roma (AsiaNews) – Il 1° ottobre 2009 la Repubblica popolare cinese compie 60 anni dalla sua fondazione. Per la cultura dell’estremo oriente, compiere 60 anni riveste uno speciale significato: i sei decenni racchiudono un ciclo completo del calendario lunare e sono considerati il momento in cui un uomo raggiunge la piena maturità. Essi sono pure un tempo per riflettere sui risultati ottenuti e un augurio per nuove sfide future.

Noi ci auguriamo che anche i 60 anni della Cina popolare abbiano questo spirito, ma da ciò che vediamo, la festa rischia di essere usata solo per dare un’immagine grandiosa del potere di Pechino, nascondendo i problemi. Un po’ come per le Olimpiadi dello scorso anno, anche le celebrazioni in programma dal 1° ottobre vogliono mostrare al mondo la maturità raggiunta dalla Cina sotto la guida del Partito comunista cinese (Pcc), gli splendidi risultati economici, che la vedono come una superpotenza, il suo potere disteso ormai su tutta l’Asia e il mondo.

Mancano ormai pochi giorni al 1° ottobre, ma da quello che si sa, tutta la macchina pubblicitaria del Partito è all’opera per rendere indimenticabile l’avvenimento. Ma indimenticabile per chi? Le celebrazioni sembrano infatti puntare  soprattutto sull’esibizione della forza militare del Partito, ma riguarda poco la gente. La cerimonia in piazza Tiananmen prevede un discorso del presidente Hu Jintao ed una mastodontica parata militare che vuole dimostrare quanto avanzati siano gli armamenti e le tecnologie missilistiche nel Paese, divenuto un grande esportatore di armi all’estero, verso Paesi come il Sudan e il Myanmar.

Per il resto, la popolazione di Pechino non avrà nemmeno la possibilità di ammirare con senso patriottico tutta la parata. Come per le Olimpiadi l’anno scorso, i pechinesi sono “invitati” a restare in casa. Le persone residenti nell’area di Tiananmen e i viali vicini hanno ricevuto indicazioni di come comportarsi durante la cerimonia: “non aprire le finestre o i balconi che danno sulla Changan dajie [il viale che incrocia la piazza]”; “non stare la balcone per guardare la cerimonia”; “non invitare amici o altre persone” in quella giornata.

Per mostrare la sua potenza, il Pcc elimina sempre la popolazione, timoroso che qualcosa danneggi l’immagine tersa e perfetta che si vuol dare al mondo. Già nelle settimane prima dell’evento, la sicurezza è stata aumentata ovunque nel Paese. Per la capitale, si è stabilito che 7 province e regioni attorno a Pechino costruiscano un filtro per controllare l’entrata e l’uscita dalla città, prevenendo possibili dimostrazioni. Gli abitanti di Pechino hanno ricevuto il divieto di far volare nel cielo piccioni addomesticati, aquiloni, palloni. Un esercito di oltre 800 mila persone è stato reclutato per spiare il vicinato e lavorare in stretto contatto con la polizia per denunciare ogni irregolarità o crimine. Per evitare possibili rischi di incendi – e bombe molotov – le stazioni di servizio non devono servire benzina in recipienti di plastica o bottiglie. Fino a dopo il 1° ottobre è proibito perfino vendere coltelli, anche quelli da cucina, dopo che 2 uomini – in due diversi episodi – hanno accoltellato alcuni passanti.

La paranoia della sicurezza – accresciuta dalle minacce di scontri interetnici dopo le rivolte nel Xinjiang  – domina ogni aspetto. Per questo il Pcc ha decretato che nel resto della Cina non vi siano altre parate, concentrando le forze dell’ordine nella capitale.

La paranoia della sicurezza è il sintomo di una malattia più profonda: il Partito non è amato dalla sua popolazione e se vi sono ancora 76 milioni di cinesi iscritti (cooptati) questo è solo per un motivo: trarre dall’appartenenza a questa oligarchia politica ed economica il massimo dei vantaggi. A Shanghai, Pechino, Guangzhou è facile incontrare giovani rampanti che ti confessano con candore il loro disprezzo per la leadership e per il Partito, ma che sono iscritti “per soldi”.

Il motivo per cui si entra nel Partito sta proprio nel fatto che ai membri viene dato un pacchetto di benefits da cui è escluso il resto della popolazione: un lavoro stabile, pensione, facili possibilità di viaggiare, un appartamento moderno e soprattutto una protezione legale e sociale se per caso hai dei guai con la giustizia. Ormai il Pcc, da avanguardia sociale, è divenuto oppressore; i suoi membri sono un’oligarchia che usa l’economia per mantenere il dominio politico e usa quest’ultimo per accrescere i suoi benefici economici.

Come tutto ciò sia avvenuto, fa parte di una lettura storica che in Cina nessuno osa fare con onestà almeno scientifica.  Coloro che hanno osato si trovano agli arresti domiciliari o vengono estromessi dalle istituzioni.

L’ultimo in ordine di tempo è Xiao Jiansheng, 54 anni, dell’Hunan. Per 20 anni ha fatto ricerche sulla storia e la cultura cinese, producendo un volume di 450 pagine dal titolo Rivisitare la storia della Cina. Sebbene due anni fa l’Accademia delle Scienze sociali gli avesse dato l’ok per la pubblicazione, le autorità glielo hanno negato. Lui si è rivolto ad Hong Kong e le autorità lo hanno diffidato dal farlo anche ad Hong Kong. Il motivo? Il libro critica la concezione del potere assoluto presente nella Cina tradizionale, che la leadership ha assunto in proprio, celebrando la supremazia del Partito comunista cinese. Il volume di Xiao è visto come un attentato anti-patriottico alle celebrazioni del 60° anniversario della Repubblica popolare. (Fine prima parte).