Apertura all’aborto del Katholikentag tedesco?

Chiesa

(di Tommaso Scandroglio)

Come è noto Donum vitae è il nome dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede redatta nel 1987 che come sottotitolo riporta la seguente enunciazione di principio: «Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione».

In Germania alcuni membri del Zentralkomitee deutscher Katholiken (Comitato centrale dei cattolici tedeschi) fondarono nel 1999 un’associazione omonima il cui fine era quello di impegnarsi «per la tutela della vita umana, vale a dire proteggere la vita dei bambini non nati». L’associazione Donum vitae ha circa duecento centri sparsi su tutto il territorio nazionale e fornisce anche consulenza on line. Mediamente all’anno ha la possibilità di incontrare circa 50mila donne. Ma come spesso accade il troppo zelo sfocia nell’errore. Infatti l’associazione incontra sì le mamme che vogliono abortire per tentare di persuaderle, ma se non ci riesce rilascia un attestato, indispensabile a termine di legge, per accedere alle pratiche abortive.

A motivo di ciò i vescovi tedeschi nel 2006 hanno vietato all’associazione di fregiarsi del titolo di “cattolica”, proibendo altresì ai fedeli di aderirvi. Altre ammonizioni sono seguite negli anni successivi da parte dell’episcopato tedesco. Di recente però pare che ci sia stata una certa apertura verso questa realtà associativa. Infatti l’edizione di quest’anno del Katholikentag di Ratisbona ha visto anche la presenza di uno stand di Donum vitae.

Tuttavia…

Non è però la prima volta che Francesco parla di mafia. Nel marzo scorso aveva incontrato i familiari delle vittime delle mafie, all'incontro promosso a Roma da «Libera», con don Ciotti. Allora aveva chiesto agli «uomini e alle donne mafiosi» di convertirsi e di cambiare vita «per non finire all'inferno», che «è quello che vi aspetta se continuate su questa strada… Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi è denaro insanguinato, è potere insanguinato e non potrete portarlo all'altra vita». Questa volta l'appello, chiaro e forte, con il richiamo alla scomunica, viene pronunciato dal Pontefice dall'altare in una terra di mafia. Una scelta che si pone in continuità con quella del famoso anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento, nel 1993.

Per Bergoglio, non è una novità rispetto agli anni del suo episcopato a Buenos Aires. Nel 2009 don Pepe Di Paola, uno dei preti che aveva mandato a fare il parroco nella «villa miseria» di Barracas, venne minacciato di morte dai narcotrafficanti. Il futuro Papa disse al sacerdote: «Se deve succedere qualcosa a qualcuno dei miei, voglio che ammazzino me», lo allontanò per proteggerlo e lo difese pubblicamente dicendo che la responsabilità degli appelli contro la malavita e i narcos era sua, dell’arcivescovo.

«Nel Vangelo ci sono le risposte per tutti, anche contro la 'ndrangheta», ha detto il vescovo di Cassano e segretario della Cei, Nunzio Galantino. Francesco oggi l'ha ricordato non solo a chi lotta per cambiare le cose, ma anche a quelle «coscienze addormentate» che finiscono per essere conniventi.