4 settembre – XXIII domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXIII Domenica del Tempo Ordinario

 

La correzione fraterna, un’opzione o un dovere?
Chi non corregge il suo prossimo, causa un danno non solo a questi ma anche a se stesso. Si vedrà privato dei meriti e benefici del compimento del proprio dovere, e finirà per scandalizzare coloro che constatano la sua negligenza.
Don João Scognamiglio Clá Dias, EP
Fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
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Vangelo 
Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”(Mt 18, 15-20).

 

I – La Correzione, grande mezzo di salvezza

Sant’Alfonso Maria de Liguori scrisse una bella opera intitolata “L’orazione, grande mezzo di salvezza”. Il suo contenuto è preziosissimo e irrefutabile. In una delle sue pagine, il Santo arriva ad affermare che chi prega si salva e chi non prega si condanna.
Penetrando nel cuore del Vangelo di questa XXIII Domenica del Tempo Ordinario, giungiamo ad una conclusione simile: la correzione fraterna è un grande mezzo di salvezza, perché il destino eterno di qualcuno può dipendere proprio dall’accettazione delle correzioni che gli siano fatte.
Questa è la materia che la Liturgia di oggi ci porta a considerare: il dovere della correzione fraterna e la necessità di accettarla bene.

 

II – Qual’è il figlio che il padre non corregge?

Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
È chiaro il consiglio di Gesù, quanto alla necessità di correggere coloro che peccano contro di noi.
Nelle offese personali, ingiurie, o anche nei difetti che osserviamo nella condotta di altri – soprattutto mancanze concernenti la Fede e i costumi, col rischio di suscitare qualche scandalo – non possiamo evitare di ammonire il nostro prossimo, per indifferenza, o peggio ancora, per disprezzo. Per mettere in pratica la direttiva del Signore, espressa nel versetto sopra, il nostro zelo deve essere pieno di fervore.
San Giovanni Climaco compara, con molto acume, la crudeltà di uno che toglie il pane dalle mani di un bambino affamato, con quella di colui che ha l’obbligo di correggere e non lo fa (1). Quest’ultimo causa un danno non solo al suo prossimo ma anche a se stesso. Si vedrà, per quest’omissione, privato dei meriti e benefici del compimento di questo dovere e finirà per scandalizzare quelli che costatano la sua negligenza.
Lo stesso capita in campo agricolo, poiché quanto più fertile è un terreno, più si deve lavorarlo per evitare che si trasformi in bosco e sterpaglia.
Evidentemente, nell’applicazione di questo precetto, non si deve agire sotto l’influsso di una qualche passione, per quanto minima sia. L’animo disinteressato è fondamentale. Ogni carità dovrà essere impiegata nel delicatissimo compito della riconciliazione.

L’obbligo di ammonire
La prima responsabilità – riconoscere il proprio errore – è di chi lo commette, però, lo zelo, la prudenza e l’amore verso Dio spettano a chi ha l’obbligo di ammonire. “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo” (Pr 13, 24). Pertanto, è falsa tenerezza rinunciare ad applicare una necessaria correzione, giudicando con questa omissione di risparmiare un’amarezza a chi ne necessita. Chi si omette in questo modo, in realtà non solo è connivente con la mancanza praticata, ma dimostra di mal volere chi necessiterebbe dell’appoggio di una parola chiarificatrice. Questo sentimentalismo, disequilibrio ed equivocata indulgenza confermano nei loro vizi coloro che sbagliano.
È importantissimo che genitori, educatori, ecc. compiano in questa materia il loro dovere, poiché così ci insegna il Libro dei Proverbi: “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontanerà da lui” (22, 15). Del resto, è un vero segnale di grande amore ammonire per le loro mancanze gli inferiori; quando un padre così procede con suo figlio, desidera per lui il bene e la virtù.
La reciprocità in quest’amore deve essere una caratteristica di chi riceve l’ammonimento o rimprovero: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3, 11-12).
Se il superiore rinuncia ad ammonire quelli che gli sono affidati, è un chiaro segnale che non si sente amato come un padre; o non ama l’inferiore come un figlio, ed in questo caso non è raro che di lui si venga persino a mormorare. Scrivendo agli ebrei, San Paolo non ha timore di affermare: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli legittimi” (Eb 12, 7-8). Dunque, di fatto, il rimorso, il dolore per le nostre mancanze, il peso della coscienza, costituiscono un inestimabile dono di Dio.

Non risparmiare la verga a tuo figlio
Cornelio a Lapide, nella sua famosa opera di commenti sulle Sacre Scritture, così si esprime su questa questione: “Non risparmiare al bambino la correzione; se lo castigherai con la verga, egli non morirà, dice il Libro dei Proverbi (Noli subtrahere a puero disciplinam; si enim percusseris eum virga, non morietur). Castigalo con la verga e salverai la sua anima dall’inferno (Tu virga percuties eum et animam eius de inferno liberabis) (23, 13-14). La correzione è per il bambino quello che il morso è per il cavallo e il pungolo per i buoi.
I genitori che sono troppo indulgenti coi loro figli non li castigano, ma li espongono ai supplizi dell’inferno. Chi ha un’eccessiva indulgenza verso suo figlio, è il suo più crudele nemico. Così, padri e madri, se amate i vostri figli, applicate loro la verga delle correzioni, affinché non succeda che essi vadano a finire all’inferno: se li dispensate da quelli, sarà per condannarli a questo. Scegliete!
Ripetiamo: la salvezza e la felicità dei figli risultano da una buona educazione e dalla giusta severità dei genitori. Al contrario, una condiscendenza licenziosa e la mancanza di correzione sono il principio della cattiva condotta e della condanna dei figli: essi cadono in eccessi e crimini che li portano alla disgrazia eterna. Quanti figli, nell’inferno, maledicono i loro genitori e li riempiranno di imprecazioni per il resto dei secoli, per aver trascurato di rimproverarli, correggerli e castigarli, diventando così causa della loro eterna perdizione!
Si comprende l’odio di questi disgraziati, perché tali padri hanno dato loro, non la vita, ma la morte; non il Cielo, ma l’inferno; non la felicità, ma la ­disgrazia senza fine e senza limiti. Il bambino conserva fino alla sua vecchiaia e fino alla morte gli abitudini della sua infanzia e della sua gioventù, secondo le parole della Sacra Scrittura: ‘Abitua il giovane secondo la via da seguire; neppure da vecchio se ne allontanerà. (Adolescens juxta viam suam etiam *censura* senuerit non secedet ab ea) (Pr 22, 6). L’albero che presto si torce continua con la sua cattiva inclinazione fino a che sarà tagliato e gettato sul fuoco” (2).

Gratitudine verso chi corregge
Nella vita comune e corrente, non è raro che capiti di uscire di casa distrattamente trasandati nell’aspetto esteriore: calze dai colori differenti, vestiti mal combinati, ecc. Basta che, per carità, qualcuno ce lo faccia notare perché ci manifestiamo pieni di gratitudine; se, al contrario, nessuno ci dicesse niente, ce  ne risentiremmo. Ora, abbiamo un motivo maggiore, per ringraziare chi ci ammonisce per la nostra mancanza di virtù, soprattutto per ciò che può costituire uno scandalo.
Le considerazioni stesse di coloro che percorrono il cammino del paganesimo mostrano che i dettami della saggezza umana vanno nella stessa direzione riguardo a questo particolare. Plutarco afferma che dovremmo pagare bene i nostri avversari perché dicono le verità a nostro riguardo. Gli amici, secondo lui, sanno solo blandire, adulare e lusingare (3). È, d’altronde, quello che succede nelle relazioni abituali odierne, ossia, ci si imbatte in una correzione solo quando si stabilisce un’inimicizia, soltanto lì arriviamo a conoscere ciò che realmente gli altri pensano di noi.
Ugo di San Vittore sintetizza in modo sapiente i buoni effetti della correzione. Quando è accettata con umiltà e gratitudine, essa trattiene i cattivi desideri, colloca un freno alle passioni della carne, abbatte l’orgoglio, spegne l’intemperanza, distrugge la superficialità e reprime i cattivi movimenti dello spirito e del cuore (4). È per questo che guadagniamo un fratello quando siamo ascoltati con buona disposizione da parte di chi correggiamo, poiché gli restituiamo la vera pace dell’animo e lo riconduciamo sulla via della salvezza.

III – Correzione amichevole davanti a testimoni

Se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.

L’impegno di salvare nostro fratello deve essere compenetrato da un forte zelo. Nel caso sia stato infruttoso l’ammonimento a tu per tu, non bisogna abbandonarlo, al contrario, è necessario insistere.
La direttiva data qui da Gesù non mira ad adempiere il procedimento prescritto dal Deuteronomio: “Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio. […] I due uomini fra i quali ha luogo la causa compariranno davanti al Signore, davanti ai sacerdoti e ai giudici in carica in quei giorni” (Dt 17, 6; 19, 17). Al contrario, essa ha come obiettivo utilizzare l’istinto di socievolezza come potente elemento di pressione psicologica per tentare di “conquistare il fratello”.
Ci troviamo ancora nell’ambito del privato, per questo la reputazione sociale si trova difesa. D’altra parte, l’improvvisa presenza di testimoni potrà creargli un certo salutare timore e, chissà, rendergli impossibile il non riconoscere la sua colpa. Se lui giungerà a riconoscerla, si verificherà l’effetto auspicato al primo tentativo, espresso nel versetto precedente.
L’efficacia di questo mezzo si basa sull’apprezzamento che il trasgressore può consacrare al concetto che gode presso gli altri. Non si tratta, pertanto, di metterlo con le spalle al muro, giudiziariamente parlando, perché un’azione di questo tenore potrebbe probabilmente suscitare più un irreversibile odio che propriamente condurlo ad un sentimento di dolore per il suo errore. I terzi da convocare non devono esercitare la funzione di testimoni d’accusa in giudizio, ma quella di ausiliari nella correzione amichevole. Pertanto, la fama ed il decoro di chi commette errore saranno oggetto di ogni attenzione possibile.
“Quello che dobbiamo fare, nel caso non abbiamo persuaso il nostro fratello, il Signore lo dice con queste parole: ‘E se non ti ascolta, prendi con te una o due persone’, ecc. quanto più svergognato ed ostinato lui sarà, tanto più conviene applicargli il medicamento, ma senza muoverlo alla collera e all’odio. Quando vede che l’infermità non cede, il medico non desiste, ma è allora che egli più si prepara per vincerla. Si veda, dunque, come la nostra meta non deve essere la vendetta, ma l’emenda attraverso la correzione; ottenuto ciò, il Signore non ordina che in seguito si prendano due, ma solo nel caso che egli non voglia correggersi. E neppure in questo caso vuole che egli sia inviato al popolo, ma che sia corretto davanti a uno o due, conforme quando predica la Legge, che dice: ‘Che ogni parola uscita dalla bocca di due o tre testimoni sia presa in considerazione’. E come se dicesse: avete un testimone, avete fatto la vostra parte” (5).
Secondo San Girolamo, questo può essere inteso anche così: “Se egli non ha voluto ascoltarti, presentalo solamente a un fratello; e se non risponde a questo, presentalo ad un terzo, sia perché egli si corregga per vergogna o per un tuo consiglio, sia perché veda che agisci davanti a testimoni” (6). E a questo commento si deve aggiungere quello che dice la Glossa: “O affinché, nel caso egli dica che non ha peccato, i testimoni provino che ha peccato” (7).

IV – Il bene della stessa Assemblea

Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.

Giunti a questa fase, è diventato chiaro che il metodo amichevole ha fallito; il colpevole persisterà nel suo odio, nelle sue macchie o nei suoi errori, ed in questo caso non toccherà che il ricorso all’Assemblea, a quell’istituzione promessa dal Signore Gesù che sarebbe stata fondata sopra la pietra chiamata Pietro. Rimane ancora in gioco lo zelo per l’anima del colpevole e per il suo bene particolare, ma un altro bene si presenta: quello della stessa Sposa di Cristo.

Ormai non appartengono al Gregge
Se egli non dà ascolto alla voce dell’Assemblea, dovrà esser considerato come un pubblicano o un pagano. Sarà indispensabile che avvenga una rottura delle relazioni. Nessun vincolo ci unirà a lui. Si vedrà escluso proprio come i pagani o i pubblicani, che non erano ammessi dai giudei nella comunicazione del culto e delle orazioni. La considerazione di tutti a suo riguardo sarà come quella di una persona pericolosa che potrebbe mettere a rischio la perseveranza degli altri; di qui la necessità di evitare la sua frequentazione.
Povera quella persona che non ascolta la voce dell’Assemblea o che disprezza il timbro e la sonorità di questa voce. Egli  potrà ribellarsi contro la sua autorità, discutere sui suoi doveri, disprezzare le sue correzioni o condanne.  La parola del Signore, tuttavia, è ferma come una roccia: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24, 35). Una tale persona ormai non apparterrà al Gregge del Buon Pastore, non avrà più diritto al nome di cattolico, apostolico e romano… Chi volge le spalle alla Chiesa di Gesù Cristo sarà considerato come un pagano o un pubblicano agli occhi di Dio.
Questa denuncia deve esser fatta con spirito cristiano. Così hanno proceduto i servi della parabola quando, con tristezza, hanno comunicato l’errore del loro compagno al re (cfr. Mt 18, 31). Se gli accusatori si muovessero con spirito di odio o di vendetta, per puro egoismo o per invidia, dovrebbero essere tenuti per vili delatori; ma, procedendo così, essi non possono essere visti come personaggi abietti e mal reputati.

Dio ordina che li rimproveriamo e allontaniamo

Il cattolico, quando accusa, lo fa per amore e con amore. Tenendo in considerazione che il peccatore non poche volte potrà costituire un pericolo per il bene comune e, pertanto, per la stessa società, il non denunciarlo sarà un’omissione contro la carità o addirittura comodità egoista e codarda. Non è raro trovare questa omissione come vizio praticato persino all’interno di alcune comunità religiose; omissione che finisce per trasformarsi in sfogo e si spiega, molte volte, in commenti diffusi tra gli altri sulle infrazioni di questi o quei colpevoli, vere maldicenze che alle volte oltrepassano i limiti della calunnia.
Questa mancanza di carità ha conseguenze malefiche sullo stesso ­trasgressore, che molto guadagnerebbe se fosse riconosciuto come tale. Infatti la situazione di ripudiato da tutti i suoi conoscenti farebbe crescere in lui il senso di vergogna e potrebbe servirgli da buon mezzo di conversione, come insegna San Girolamo: “Quindi, se nemmeno a questi egli vuole dare ascolto, allora si deve dirlo a molti, affinché lo detestino e, così, quello che non può essere salvato con la vergogna si salvi con gli affronti” (8).
Proprio per questo, è un dovere denunciare il peccatore, così lo sottolinea la Glossa: “O ditelo pure a tutta la Chiesa, in modo da fargli provare ancor più vergogna. Dopo tutto questo deve seguire la scomunica, che deve essere fatta per bocca della Chiesa, cioè, dal sacerdote che, quando scomunica, tutta la Chiesa scomunica con lui” (9).
Vale qui anche il principio latino: corruptio optimi, pessima. Vediamo, a volte, quanto sia più pernicioso un cristiano che imbocca la via del male degli stessi cattivi, come asserisce San Girolamo: “Con le parole ‘sia lui per te come un pagano e un pubblicano’, il Signore ci fa capire che dobbiamo detestare di più chi col nome di cristiano pratica opere da infedele di chi è chiaramente pagano. Si dà il nome di pubblicani a quelli che cercano le ricchezze del mondo ed esigono imposte per mezzo di traffici, frodi, furti e spergiuri orribili” (10).
O ancora come evidenzia San Giovanni Crisostomo: “Tuttavia, mai il Signore ci ha ordinato, riguardo a coloro che sono al di fuori della Chiesa, una cosa simile a quanto ci ordina qui riguardo la correzione dei fratelli. Perché relativamente agli estranei Egli dice: ‘Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra’ (Mt 5, 39); e San Paolo: ‘Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? (ICor 5, 12). In relazione ai fratelli, però, ci ordina che li rimproveriamo e li allontaniamo” (11).

Virtù da parte dell’accusatore e dell’accusato

Non sarà mai troppo insistere che la nota non solo dominante, ma essenziale, di questa denuncia dovrà essere l’amore verso il prossimo per amore di Dio, poiché chi si incollerisce contro un suo fratello sarà reo nel tribunale di Dio (cfr. Mt 5, 22). L’indignazione egoista e malefica, il sarcasmo, la beffa, la vendetta, ecc. non possono penetrare nemmeno nelle zone occulte del nostro cuore, poiché lì sta Dio ad analizzare i nostri sentimenti ed intenzioni. Essi sono la fonte dei nostri atti, e per questo ogni rancore deve essere sradicato con intransigenza.
Da parte dell’accusato, sarà anche pretesa la virtù per la sua conversione, poiché non gli farà poca resistenza la stessa superbia che lo ha portato a procedere male. “Chi incontrerà un uomo che desidera essere rimproverato? Dove troveremo quel saggio, di cui Salomone dice nei Proverbi: ‘rimprovera il saggio ed egli ti amerà’? (Pr 9,8)” (12). La manifestazione di pentimento ed emenda da parte del corretto è salutata con una bella esclamazione da parte del Siracide (cfr. Sir 20, 4), che afferma che con questo mezzo si riesce più facilmente a fuggire dal peccato. San Basilio fa un’analogia tra la disposizione di un infermo che accetta i penosi trattamenti indicati dal medico per ottenere la sua guarigione, e l’umiltà di un uomo che realmente desidera la sua salvezza eterna, perché anche costui accetta con gaudio la correzione fattagli, per quanto amara ed aspra questa possa essere (13).
L’accogliere male i rimproveri costituisce non solo un’offesa a Dio, ma perfino porta a rigettare ogni somiglianza con Gesù. Chi procede così non tarderà a perdere tutte le sue virtù e, per orgoglio, procederà di caduta in caduta, avvicinandosi ad ogni passo allo spirito di satana, colui che si rivolta contro le correzioni.

Il potere dato a Pietro

In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.

Dobbiamo manifestare la nostra gratitudine piena di giubilo per questa concessione fatta dal Redentore ai primi Pastori della Chiesa e, nelle loro persone, estesa a tutti i loro successori.
Si tratta di un nobilissimo potere, elevato, ampio e necessario per la perpetuità del deposito della Fede, la conservazione dei buoni costumi e della tradizione, insomma, del buon ordine. Esso fu concesso in pienezza a Pietro (cfr. Mt 16, 18-19) ed è in dipendenza dall’autorità di costui che gli altri lo detengono. “Questi vastissimi poteri che riguardano tanto il foro esterno quanto quello interno – cioè, il diritto di pronunciare sentenze giudiziali e quello di assolvere i peccati – non sono affidati, come è naturale, alla massa dei fedeli ma ai superiori regolarmente istituiti. E se la formula per la quale questi poteri gli sono conferiti assomiglia a quella che Gesù usò quando nominò San Pietro capo supremo della Chiesa, è naturale anche che non sia loro concessa se non una giurisdizione subordinata all’autorità del Supremo Pastore” (14).
Origene fa un’interessante osservazione a proposito del plurale: “nei cieli”, usato da Gesù quando si riferisce ai poteri dati a Pietro, ed il singolare quando si rivolge agli Apostoli: nel cielo, “perché questo potere non è tanto perfetto quanto quello dato a Pietro” (15).
È di grande valore il giudizio di San Girolamo riguardo questo passo: “Siccome il Signore aveva detto: ‘E se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano’ (Mt 18, 17), e potrebbe accadere che il fratello, così disprezzato, risponda o pensi nel modo seguente: ‘se voi mi disprezzate, anch’io vi disprezzo, se voi mi condannate, anch’io vi condanno’, il Signore ha dato agli Apostoli un potere tale che non può restare alcun dubbio ai condannati da loro che la sentenza umana è confermata dalla sentenza divina. Per questo dice: ‘In verità vi dico che tutto quanto legherete’, ecc.” (16).
Viene a proposito qui riproporre anche le sagge considerazioni fatte da San Giovanni Crisostomo: “E non ha detto a colui che presiede nella Chiesa: ‘Lega chi così pecca’, ma: ‘Tutto quanto legherai’.  Che significherebbe lasciar tutto nelle mani dell’offeso. E i vincoli rimangono indistruttibili. Dunque, il peccatore avrà da soffrire gli ultimi castighi; la colpa di questo, però, non l’avrà chi lo ha denunciato, ma chi non ha voluto sottomettersi. Si vede come il Signore condanna il peccatore ad una punizione qui sulla terra e l’altra nell’aldilà. Però, se minaccia col castigo sulla terra è per non arrivare al supplizio nell’aldilà, ma piuttosto affinché l’ostinato si calmi col timore della minaccia, con l’espulsione dalla Chiesa, col pericolo di essere legato sulla terra e rimanere legato anche nei cieli. Sapendo questo, è naturale che l’uomo – se non all’inizio, almeno col passare per tanti tribunali – desista dalla sua ira. Per questo il Signore ha stabilito uno, due e persino tre giudizi, e non l’espulsione immediata del colpevole, poiché, nel caso si rifiuti di ascoltare il primo tribunale, possa accedere al secondo: se respinge anche il secondo, ancora gli resta il terzo. Se rigetta anche questo, possono ancora spaventarlo il castigo futuro e la sentenza e giustizia di Dio” (17).

V – L’umanità avrà sempre bisogno di perdono

In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Senza nessun timore, si può affermare che in questi due versetti si trova la sintesi di tutta l’opera del Salvatore. Gesù è l’anello di congiunzione tra tutti coloro che prendono la decisione di unirsi in suo nome, poiché, in queste circostanze, Egli starà in mezzo a loro. Con la sua intercessione, sarà commossa la misericordia del Padre e i discepoli sapranno cosa chiedere, poiché in loro gemerà lo Spirito (cfr. Rm 8, 26), così, tutto otterranno. Gesù agirà su ciascuno di loro, offrendogli il Suo amore, il Suo potere e la Sua saggezza. Questa è la vera Chiesa che vive di compassione, misericordia e pietà, poiché l’umanità, che sempre peccherà, sempre necessiterà del perdono del Divino Redentore, dato per mezzo della Sua Chiesa.

 

NOTE
1 CLIMACO, San Giovanni. Scala Paradisi – Gradus IV (De obedientia).
2 LAPIDE, Cornelius a. Commentaria in Scripturam Sacram.
3 Cfr. PLUTARCO. De capienda ex inimicis utilitate.
4 Cf. SAINT-VICTOR, Hugues de. De institutione novitiorum líber, cap. X.
5 CRISOSTOMO, San Giovanni. Homiliæ in Matthæum, hom. 60, § 1
6 GIROLAMO, San. Commentariorum in Evangelium Matthaei Libri Quattuor, Cap. XVIII, Vers. 15 seqq
7 AQUINO, San Tommaso de. Catena Aurea.
8 GIROLAMO, San, Op. cit., ibidem.
9 AQUINO, San Tommaso de. Catena Aurea.
10 GIROLAMO, San, Op. cit., ibidem.
11 CRISOSTOMO, San Giovanni, Op. cit., ibidem.
12 AGOSTINO, Santo. Epistola 210, § 2.
13 Cfr. BASILIO, San. Sermones viginti quator – De moribus. Sermo II – De doctrina et admonitione.
14 FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. V. II. Madrid: Ediciones Rialp S.A., 2000. pag. 310.
15 Apud AQUINO, San Tommaso de. Catena Aurea.
16 GIROLAMO, San, Op. cit., Cap.XVIII, vers.18.
17 CRISOSTOMO, San Giovanni, Op. cit., ibidem.