3 giovani innocenti martiri cristiani

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Indonesia: 3 studentesse cristiane decapitate


I banditi hanno decapitato le ragazze mentre andavano a scuola, e hanno abbandonato una delle teste davanti a una chiesa. Il presidente Susilo condanna l’attentato. Il capo della polizia: “vittime indifese”.


AsiaNews 29 Ottobre 2005

Poso (AsiaNews/Agenzie) – Questa mattina 3 studentesse cristiane sono state decapiate. Le vittime sono Yusriani Sampoe di 15 anni, Theresia Morangke di 16 anni e Alvita Polio di 19 anni. Un’altra ragazza, Noviana Malewa, ha riportato gravi lesioni al volto ed è ora ricoverata in ospedale sotto stretta osservazione. La ragazza sarà un importante testimone per chiarire le modalità dell’aggressione, che è stata condotta con armi da taglio mentre le ragazze si recavano in un liceo privato cristiano a Poso, Sulawesi centrali. I corpi sono stati trovati alle 7:30 ora locale (8:30 a Jakarta) nei pressi del villaggio di Bambu. La testa di una ragazza è stata invece abbandonata davanti una chiesa cristiana nel villaggio di Kasiguncu, e le altre 2 nei pressi di una stazione di polizia distante 10 km dal luogo del delitto. L’agenzia di stampa statale Antara ha riportato che le ragazze sono state attaccate da persone non identificate mentre, vestite con le loro divise scolastiche, percorrevano i 9 km che separano la scuola dalle loro case. Il commissario Oenggoeseno, capo della polizia delle Sulawesi, ha dichiarato che il movente dell’attentato non ha nessuna importanza dato che queste vittime erano ragazze del tutto indifese.



Appena avuta la notizia dell’aggressione il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha cancellato tutti i suoi appuntamenti e ha convocato una riunione d’urgenza con i funzionari per la sicurezza, compresi il vice presidente Jusuf Kalla, ed i capi dell’esercito, della polizia e dell’intelligence. Il presidente ha espresso tutta la sua costernazione per la tragedia: “condanno con forza questi attacchi contro la civiltà – ha dichiarato – e chiedo alla popolazione del posto di collaborare con il governo per garantire il buon esito delle indagini e mantenere la sicurezza”. Ha poi detto che verranno inviate forze di polizia per mantenere la sicurezza ed evitare che la situazione precipiti. Questo attacco ha infatti fatto salire la tensione fra musulmani e cristiani. Poso è un terreno fertile per innescare contrasti fra le 2 comunità, e la situazione è ancora più grave se si considera che gli omicidi precedono di pochi giorni la celebrazione musulmana dell’Idul Fitri (festa islamica che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan), conosciuta qui popolarmente come “Lebaran”. Il lunghissimo conflitto di Ambon, che ha causato migliaia di vittime, è stato scatenato proprio da violenze perpetrate pochi giorni prima dell’Idul Fitri.


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ORRORE IN INDONESIA


MACELLATE 3 RAGAZZE ERANO CRISTIANE


Giulio Albanese


Avvenire 30 ottobre 2005


Diciamolo subito, con franchezza. L’uccisione di tre giovani cristiane dell’Indonesia, avvenuta ieri, è un fatto davvero sconcertante. Decapitate mentre andavano a scuola. Una quarta compagna è sfuggita al massacro per puro miracolo. Sì, orrore, sgomento e lamento pervadono il cuore e la mente di ogni libera coscienza di fronte a quanto è accaduto a Poso, nella tormentata provincia indonesiana di Sulawesi Centrale. In un gioco al rialzo della strategia del terrore che oppone non da oggi la maggioranza musulmana alla minoranza cristiana, si è compiuto un misfatto brutale, eseguito nelle forme più primitive. Sembrerebbe infatti cronaca di altri tempi. E, attenzione, che la distanza geografica non ci giochi cattivi scherzi. Non si tratta infatti di popolazioni barbariche, ma di Paesi civili, giustamente in corsa per una piena modernizzazione.


Ovvio allora che, se non ci lasciamo neppure sfiorare da istinti di rivalsa, dobbiamo però interrogarci su quel che è accaduto in un punto della Terra che in questo momento sentiamo vicinissimo. Interrogarci per capire, e vivere da cittadini del mondo niente affatto casuali. Sembra impossibile che in questo primo segmento di terzo millennio, a vertici di progresso mai prima raggiunti, si associno abissi di disumanità e di sconforto così aberranti. D’altronde, basta dare un’occhiata al Rapporto 2005 sulla libertà religiosa nel mondo, edito dall’«Aiuto alla Chiesa che Soffre», benemerita organizzazione fondata dal compianto padre Werenfried Van Straaten, per comprendere che omicidi, minacce e violenze a sfondo religioso non rappresentano affatto una rarità nel mondo e in particolare in quelle terre dell’Estremo Oriente dove migliaia di persone, già nel passato, hanno perso impunemente la vita. È bene rammentare che circa duemila persone, per la maggior parte cristiani, morirono a Sulawesi durante scontri cruenti, prima della firma del primo accordo di pace nel dicembre del 2001. Da allora, nonostante un secondo trattato di pace, firmato l’anno successivo, è continuato a scorrere sangue innocente. Come, ad esempio nel corso dell’attacco alla chiesa cristiana protestante di Efatah, avvenuto il 18 luglio dello scorso anno, in cui perse la vita un pastore donna che officiava, la 26enne Susianty Tinulele, e quattro fedeli rimasero gravemente feriti. Il successivo 13 ottobre, in una strada nei pressi del villaggio a maggioranza cristiana di Jono Oge, nel distretto di Donggala, alcuni sconosciuti freddarono a colpi di spada due cristiani rispettivamente di 45 e 54 anni.


E la tensione, stando ad autorevoli fonti della società civile autoctona, è ancora alta nella regione, dopo che in maggio due bombe nel mercato della città cristiana di Tentena hanno provocato la morte di 22 persone. Non v’è dubbio che dietro le quinte vi siano menti diaboliche il cui intento non è solo quello di seminare morte, ma scioccare e spargere terrore, e provocare nella speranza che l’altra parte risponda colpo su colpo. Al che, i più forti possono facilmente prevalere, istallandosi sul territorio come padroni totali.


Se esperti della sicurezza hanno con lentezza attribuito la responsabilità dell’attacco di Tentena a elementi dell’islamismo radicale, ieri la polizia si è precipitata a dichiarare – con una rapidità sospetta – di non essere in grado d’individuare i responsabili delle aberranti decapitazioni. Sovvengono alla mente le sagge parole di padre Werenfried, apostolo della carità: «Dio non piange in cielo, Dio piange sulla terra. E così Dio piange in tutti gli oppressi e i sofferenti del nostro tempo. Non possiamo amarlo senza asciugare le sue lacrime». Per fortuna che sempre ieri il vescovo locale ha tenuto subito a precisare che se vogliono suscitare odio, la gente non abboccherà, la gente non cerca la vendetta. Chiede la convivenza pacifica, come avviene in molte parti del mondo. È un diritto, non una concessione.