22 anni nel gulag dei Castro

In libreria

\"\"Armando Valladares, Contro ogni speranza – 22 anni nel gulag delle Americhe dal fondo delle carceri di Fidel Castro, Ed. Spirali, Pagine 400, Euro 25,00

 

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Abbiamo sentito degli stermini nella russia comunista. Ci hanno raccontato degli stermini nella Cina Di Mao Tze Tung. Forse non sappiamo nulla della Cambogia, con i Kmher rossi, ma sicuramente conosciamo la storia vietnamita, anche se forse un po'… "americanata" attraverso i film.
 
Ma chi ha mai sentito parlare di Cuba? La storia dei missili nucleari provenienti dall'URSS che hanno paralizzato popolazioni con il terrore di una guerra nucleare forse è conosciuta. Ma è successo anche qualcos'altro. Prima. 
Armando Valladares era una persona come tante. Lavorava per lo Stato (dipendente del Ministero delle Comunicazioni), era un bravo cittadino e un cristiano praticante. Un giorno alcuni poliziotti arrivarono a casa sua con un mandato di perquisizione. Dopo essersi assicurato che non era armato (cosa che invece avevano sostenuto i mandanti) cercarono in tutta la casa, senza trovare nulla di sospetto.

"Lo portiamo via per un rapido interrogatorio, le garantisco che lo riaccompagneremo noi fra un'ora" disse il capo alla povera madre, già avanti con l'età. La madre e la sorella lo aspettarono, ma lui non è più tornato.
 
Accusa: controrivoluzionario.
Prove: nessuna.
Pena: 30 anni di carcere (o ergastolo, non viene citato nel libro).
Motivo: i cristiani sono contrari alla rivoluzione, quindi controrivoluzionari e pertanto pericolosi (inoltre fu accusato di innumerevoli crimini tra cui sabotaggio, ma di cui non si aveva alcuna prova: quando chiese dove avesse effettuato i sabotaggi, nessuno fu in grado di rispondergli).
 
Dopo che fu incarcerato dissero alla stampa che era un agente della CIA e vennero organizzate manifestazioni che chiedavano la sua morte.
 
Fece il giro delle prigioni cubane, ma non in ottanta giorni, come forse sperava. Impiegò 22 anni.
 
Dopo alcuni difficili mesi di carcere, cominciarono a proporgli la riabilitazione: doveva accettare il comunismo e tutte le idee. Lo Stato non poteva accettare che ci fossero prigionieri politici, e infatti la notizia non fu mai confermata dal governo, per cui tentarono in ogni modo di far accettare il comunismo ai detenuti. E proprio in tutti i modi… Ma lui non cedette mai. Sottoposto assieme a migliaia di compatrioti a torture inaudite, decise di mantenere salda la sua fede fino alla fine (racconta di come il suo rapporto con Dio sia riuscito a salvarlo e a renderlo deciso a mantenere i suoi ideali).
 
Ma per noi, che abitiamo in case riscaldate, con l'acqua corrente e anche calda (depurata, si può bere anche dal rubinetto), letti comodi con lenzuola sempre pulite e profumate, vestiti belli lavati dalla lavatrice e bagni con tutti i confort, forse non riusciamo a immaginare neanche le condizioni di vita di quegli uomini: non poveracci, perchè un'umanità come quella è dfficile trovarla nel nostro mondo. Lasciato marcire in camere talmente affollate che non ci stavano tutti sdraiati, senza finestre, lasciati nudi per gran parte del tempo, anche (specialmente) in inverno, senza potersi lavare, con vermi e ratti che, affamati, affollavano le fogne e, spinti dalla fame, giungevano ad attacare i detenuti. Acqua razionata (un litro al giorno per bere e lavarsi, difatti non si lavavano) e cibo assolutamente insufficiente e di qualità… non adatta: venivano serviti cibi destinati agli allevamenti oppure scaduti, cotti male in condizioni igieniche terribili. Cosa faremmo noi se trovassimo un topo nella minestra?
 
E questo non è ancora nulla in confronto alle azioni volte a convincere i detenuti politici (quelli che rifiutavano la rivoluzione, senza aver commesso crimini particolari) ad accettare la riabilitazione. Soldati armati di baionette, fili elettrici (senza copertura…) bastoni e fucili, catene e quant'altro, quando avevano voglia (oppure quando veniva imposto loro da psicologi che studiavano le reazioni dei detenuti) aprivano una cella e picchiavano il detenuto, finchè questi sveniva. Dopo i pestaggi, solo i più gravi venivano curati. I prigionieri erano lasciati in condizioni tali da vivere sul filo della morte. Poi torture, quelle sperimentate dai comunisti dell'URSS e poi trasmesse ai compagni cubani, in particolare psicologiche: cose che costarono parecchi suicidi e gravi danni celebrali (una delle varie "cose" era quella di mettere prigionieri nelle stesse celle di pazzi, in modo che impazzissero anche loro, e che chiedessero così la riabilitazione, oppure il fatto di simulare l'arrivo dei soldati per il pestaggio, senza che poi entrassero nella cella per davvero, il che provocava terrore contino nei prigionieri, che prima o poi, speravano gli aguzzini, sarebbero capitolati).
 
L'unica arma dei detenuti era lo sciopero della fame: numerose volte Valladares ricorse a questo espediente, arrivando così a fare uno sciopero di 46 giorni (forzato: dopo alcuni giorni gli negarono gli alimenti), dopo il quale fu costretto alla sedia a rotelle. Anche un suo amico, dopo averne intrapreso uno, fu privato del cibo: fu lasciato morire di fame, cosa che accadde dopo 56 giorni.
 
Molte altre cose ancora più terribili sono narrate in questo libro, cose che purtroppo erano già accadute durante Nazismo e Fascismo, e poi con il Comunismo in modo ancora più evidente. Per sapere di più conviene leggerlo. E' un po' lungo, ma ne vale la pena.
 
Ma una persona mi faceva poi riflettere riguardo a una cosa. Come mai sono successe queste cose? Che cosa ha portato alla formazione di organizzazioni (se si possono definire così) volte a reprimere uno o tanti pensieri diversi dall'organizzazione stessa?
 
E' abbastanza evidente come tutto nasca principalmente nel Novecento (cosa non del tutto vera: basti pensare al caso della rivolta della Vandea, in cui una popolazione fu quasi completamente sterminata durante la rivoluzione francese, per il fatto di non averla accolta). Che cosa c'era prima, che cosa ha portato a tali nefandezze? S

critto da Francesco Paludetto Lunedì 27 Settembre 2010 00:00 Questo articolo è stato letto 411 volte
http://www.cogitoetvolo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1154:contro-ogni-speranza&catid=17:libri-qmustq&Itemid=162

 

"Con i Castro Cuba non sarà mai libera"\"A.

Intervista ad Armando Valladares di Stefano Magni
L'Occidentale 27 Marzo 2008.

C’è uno strano ottimismo sul futuro di Cuba. Sembra che con l’arrivo al potere di Raul Castro si aprano possibilità di riforme e di apertura nella più longeva dittatura comunista dell’emisfero occidentale. Il dissidente Armando Valladares non la pensa così. “Raul Castro vuole mantenere lo status quo. E non gode di molte simpatie presso la cupola che detiene il potere a L’Avana. La sua esperienza durerà finché vive Fidel Castro, ma, morto il lìder maximo, la prima vittima sarà proprio suo fratello”.

Valladares conosce molto bene le dinamiche totalitarie del regime di Cuba, perché le ha vissute sulla sua pelle. Nel 1959, mentre il mondo intero considerava Fidel Castro un sincero rivoluzionario democratico, l’impiegato delle poste Valladares veniva accusato per la sua fede cattolica e per il suo rifiuto tassativo di aderire alla dottrina marxista del nuovo potere. Fu segnalato alla polizia politica per un semplice gesto di dissenso: l’essersi rifiutato di applicare alla sua scrivania una targhetta con lo slogan propagandistico “Se Fidel Castro è comunista, inseritemi nella lista perché la penso come lui”. Considerato elemento recalcitrante, iniziò il suo inferno: ventidue anni nelle carceri cubane dopo un processo sommario. Mentre il mondo inneggiava alla figura rivoluzionaria di Che Guevara, eletto a nuovo idolo dalle masse progressiste, Valladares assisteva alle continue persecuzioni ed esecuzioni capitali nella prigione diretta dal “Che”, l’antico carcere di La Cabana, trasformato in un centro di detenzione e smistamento dei prigionieri politici. Mentre il mondo progressista salutava con gioia la vittoria militare dei castristi contro “i Cubani di Miami” nella Baia dei Porci, Valladares si trovava nel carcere “modello” di Isla de Pinos, seduto su tonnellate di esplosivo: in caso di vittoria degli esuli anti-castristi, gli aguzzini del regime avevano l’ordine di far saltare in aria il carcere per ammazzare tutti i prigionieri.

Mentre i progressisti, in Europa come a Hollywood, sognavano il paradiso cubano, Valladares viveva un inferno in terra, fatto di lunghi periodi in cella di rigore e isolamento, percosse, torture, lavori forzati. La sua pena divenne sempre più dura man mano che rifiutava il programma di rieducazione “offerto” dal regime. La sua fede e la convinzione di essere dalla parte del giusto, gli permisero di vincere la sua battaglia di resistenza individuale. Il suo libro di memorie dal “fondo delle carceri cubane”, intitolato Contro ogni speranza (ora edito per la seconda volta in Italia dalla casa editrice Spirali, dopo una prima edizione di SugarCo del 1987), aprì gli occhi dell’opinione pubblica mondiale sui crimini del castrismo. Ronald Reagan fu tra i suoi lettori e lo nominò ambasciatore per gli Stati Uniti presso la Commissione per i Diritti Umani dell’Onu, un ruolo che gli permise di combattere la sua lotta in difesa dei perseguitati politici cubani.

La prima cosa che Valladares ci mostra, in occasione della presentazione di Contro ogni speranza, è una vecchia foto. Si riconosce distintamente Raul Castro nell’atto di uccidere un prigioniero politico con un colpo di pistola alla nuca.

 

Raul Castro, appena arrivato al potere promette riforme e concede ai cubani di tenere anche un computer e una televisione. Ci dobbiamo attendere cambiamenti o è solo propaganda?

Non è cambiato nulla. Ogni giorno che passa, a Cuba vanno sempre meno turisti. Soprattutto a causa delle nuove leggi statunitensi che restringono ulteriormente la possibilità di recarsi sull’isola, complicando la procedura per ottenere un visto. Ora un cittadino americano può visitare Cuba solo una volta ogni tre anni e il denaro che si può portare dietro è limitato. Ma il regime ha bisogno di valuta straniera, di dollari. Questi elettrodomestici che si vendono adesso si vendono solo in dollari. E’ incredibile come il mondo intero dia così tanta importanza a un fatto così banale. Sembra quasi che il regime cubano abbia conquistato la Luna, ma la realtà è che dopo quasi cinquant’anni di dittatura i cubani potranno comprare una televisione in bianco e nero. Un operaio deve lavorare almeno quattro anni prima di potersi permettere un televisore. Oppure possono comprarsi un computer, ma senza Internet, perché per un allacciamento occorre un permesso speciale. E poi, siamo seri: che gran bella conquista poter comprare un forno a microonde all’alba del 2008! Quanto alla libertà politica, non c’è alcun cambiamento. Quando tutti pensavano che Carlos Lahe, uno aperto alle riforme, potesse diventare la figura più importante, l’hanno messo da parte. Raul, invece, ha scelto come suo vice uno dei pochi stalinisti puri rimasti nel mondo: Machado Ventura. E questo è già un messaggio più che esplicito. Due settimane fa, il ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha firmato due trattati internazionali per la tutela dei diritti umani (che includono anche il diritto di voto, di emigrazione e di assemblea, ndr), ma una settimana dopo la firma di questi accordi un gruppo di cittadini cubani è stato malmenato solo perché ventolava copie della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. C’è più repressione adesso che tre mesi fa.

Quando Lei fu arrestato, Castro non si definiva neppure marxista, ma stava portando a termine la sovietizzazione dell’isola. Crede che vi sia un’operazione simile di dissimulazione anche in questi mesi?

No, non credo che vi sia disinformazione in questi giorni. Perché il messaggio di Raul Castro e di Machado Ventura è chiarissimo ed esplicito: se non accettate il regime, noi vi schiacciamo. Due ragazzi che stavano solo chiedendo perché non poter uscire da Cuba, sono stati arrestati. Solo perché avevano fatto una domanda. Non erano dissidenti, non volevano compiere atti ‘sovversivi’, si sono dichiarati dei socialisti convinti quando sono stati fatti comparire in televisione.

Perché la stampa occidentale è così ottimista per Cuba?

E’ un atteggiamento interessato. Milioni di persone vogliono mantenere intatto questo ultimo baluardo del comunismo nel mondo, a costo di giustificare o nascondere quasi cinquant’anni di crimini. In realtà non esiste alcuna prova che dimostri che sia in corso un’opera di riforma. L’appoggio al castrismo, per buona parte dell’opinione pubblica, è un modo per veicolare l’odio nei confronti degli Stati Uniti. Castro è stato un nemico giurato degli Usa, vicino alle loro coste. Ha combattuto contro Washington, sia realmente che facendo molto teatro. Si diceva che vi sarebbe stato un cambiamento anche dieci anni fa, quando il Papa Giovanni Paolo II aveva dichiarato che ‘Cuba si aprirà al mondo e il mondo si aprirà a Cuba’. La gente se lo aspettava veramente, ma sono passati dieci anni: il mondo si è aperto a Cuba, ma Cuba è ancora chiusa.

Proprio a proposito della visita del Papa, Lei ha contestato, le dichiarazioni del cardinal Bertone sul regime. Perché i cattolici hanno questo atteggiamento, secondo Lei?

La Chiesa che ignora e nasconde i suoi martiri non è una vera Chiesa. E la Chiesa di Cuba è quella del silenzio e della complicità. Io ricordo quando Monsignor Zacchi visitò Cuba e dichiarò che Castro era un uomo “profondamente cristiano”. Proprio in quel momento, i cristiani venivano fucilati nel carcere di La Cabana e gridavano ‘Viva Cristo Re, abbasso il comunismo!’ prima di essere uccisi. Se Castro era un uomo dai valori profondamente cristiani, allora che cosa erano quei martiri che si facevano uccidere pur di non rinunciare alla loro fede?