2 ottobre – XXVII domenica del tempo ordinario

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\"\"Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario – Ciclo A


I Lettura: Is 5,1-7;
Salmo: Sal 79;
II Lettura: Fil, 6-9;
Vangelo: Mt 21, 33-43

NESSO TRA LE LETTURE

Le letture di questa domenica ci presentano l'immagine della vigna. Una vigna che simbolizza Israele, amato e assistito da Dio, ma che, tristemente, non produce i frutti che Dio si aspettava e che sapeva – poiché l'ha coltivata con amore – che essa poteva dargli: questo è il tema su cui riflettere in questa domenica. La prima lettura ci mostra il poema dell'"amico diletto" e della sua vigna. Con parole piene di trasporto, il poema ci presenta il padrone della vigna, prodigo di attenzioni, che ne dissoda il terreno, toglie di mezzo tutte le pietre, edifica una torre, vi pianta buone viti e scava un tino. Questo uomo ama la sua vigna, e si aspetta che essa dia buoni frutti, ma invece riceve uve selvatiche, acerbe, e che non maturano mai. L'uomo ha ragione di lamentarsi, e si domanda con animo affranto: cosa avrei potuto fare di più per la mia vigna che già non ho fatto? Niente, certamente. Aveva usato tutti i mezzi all'epoca noti per coltivare una vite eccellente (prima lettura). Nel vangelo torna nuovamente il tema della vite, in una specie di allegoria: il padrone della vite l'affida ad alcuni lavoratori e se ne va. Invia, dopo qualche tempo, i suoi ambasciatori per raccogliere i frutti, ma i vignaioli maltrattano gli inviati e, quando vedono venire il figlio, prendono la decisione di ucciderlo. Anche qui, il padrone della vigna non viene ricambiato del suo sollecito affetto per la vigna: i vignaioli non producono i frutti che il padrone si aspettava. In entrambi i casi, l'argomento dei frutti che Dio attende da Israele e dagli uomini è posto in speciale rilievo: l'uomo ha ricevuto molto da Dio e deve produrre frutti di vita eterna, di santità vera, di carità sincera (Vangelo). Da parte sua, Paolo, nella lettera ai Filippesi, continua la sua esposizione e li esorta a tenere in conto tutto quello che è vero, nobile, giusto e li invita a realizzare opere buone (seconda lettura).


 

Messaggio dottrinale

Dio ama e cura la sua vigna. Il poema della vigna è uno dei brani più sorprendenti del profeta Isaia. In esso risalta, senza dubbio, il linguaggio poetico e la forma letteraria. Il profeta fa comprendere al popolo d'Israele che Dio si è preso cura di loro, gli ha riservato un amore speciale, si è preoccupato della sua crescita e, tuttavia, il popolo non ha corrisposto a tale amore. Israele non è stato fedele al suo amore. La domanda che il padrone della vigna si pone assume un tono straziante: "che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?". Sembra quasi di poter addentrarci nel cuore stesso di Dio, che ama Israele. In cosa ha mancato Dio al suo amore? Si è allontanato dal suo popolo? L'ha abbandonato di fronte alle difficoltà? Non è forse vero che, nonostante tutte le prove che Israele ha passato, il Signore gli è stato sempre vicino? Davvero Dio è fedele alle sue promesse, e mai ha lasciato che un giusto venisse defraudato.

Sorprendentemente la vigna non dà buoni frutti. Questa vigna, nonostante la cura accorta del vignaiolo, che è il Signore degli eserciti, non prospera, non dà frutto, non dà uve dolci; dà uve immature e aspre. Si tratta certamente di un'allegoria, perché in realtà, non si può accusare una vigna di non voler produrre frutti. Tuttavia, gli uditori del profeta comprendono che la vigna rappresenta Israele, e che il vignaiolo non è altri che lo stesso Signore. Nonostante Israele sia stato curato come un figlio, malgrado sia stato liberato, benché il Signore l'avesse scelto come il popolo di sua proprietà, Israele non produce frutti di salvezza. È sorprendente vedere la profonda tristezza del vignaiolo e, contemporaneamente, la sua fermezza di fronte alla vigna improduttiva. Egli verrà e la devasterà, la lascerà desolata. Nella parabola del vangelo i colpevoli della mancanza di frutti sono gli agricoltori, che ricevono la vigna in affitto. Sono persone senza scrupoli, gente che non serve la vigna, bensì si serve di essa per il proprio profitto. Non cercano modi per arricchire la vigna e offrire al padrone il meritato frutto, ma tentano invece di strappare la vigna al suo padrone. Nel loro cuore non c'è amore per la vigna, né amore per il padrone della vigna, bensì solo amore per se stessi. Il loro interesse è approfittarsi il più possibile di quella vigna, perciò, vedendo venire gli inviati che chiedono i frutti, si agitano, li picchiano, li massacrano. Qualsiasi cosa si frapponga tra il loro benessere e il miglior sfruttamento della vigna a proprio favore, va eliminata. Poi, quando vedono venire il figlio, cioè quando hanno l'opportunità di riconciliarsi col Padre, di offrire frutti, di rispettare il diritto, questi uomini tramano il crimine più crudele, sopprimere il figlio per accaparrarsi l'eredità e la proprietà. Quei vignaioli non erano solo ladri, bensì omicidi. Erano persone senza anima e senza cuore. Le parole finali della parabola sono drammatiche: il padrone della vigna la farà finita con quei vignaioli, e offrirà la sua vigna ad altri che produrranno frutti.

Il poema di Isaia e la parabola di Gesù pongono in rilievo l'importanza del produrre frutto. Nel primo caso, è la vigna che non ha prodotto ciò che ci si aspettava da lei. Nel secondo caso, sono i vignaioli omicidi che non consegnano i frutti dovuti al padrone. Il tema spirituale è importante: Dio offre all'uomo molteplici doni: la vita, la fede, la vocazione professionale, familiare, religiosa, sacerdotale… e il Signore aspetta una risposta da parte dell'uomo, desidera alcuni frutti di santità, e spera che questi si trasformi interiormente, producendo frutti di apostolato per il bene dei suoi fratelli. È un tema profondo, che richiede riflessione e un esame della propria condotta di vita.

Il cristiano deve dare buoni frutti. Il cristiano è una persona "innestata" in Cristo attraverso il battesimo, perciò, deve dare frutti di vita eterna. Come il Padre ha inviato Cristo nel mondo a realizzare la missione redentrice, così Cristo invia i cristiani, specialmente gli apostoli, a compiere la loro missione. Non sempre i frutti del cristiano sono manifesti o immediati, ma non si può dubitare che l'anima che resta unita a Cristo, come il tralcio rimane unito alla vite, a suo tempo produrrà frutti. Il Signore ci ha inviati affinché produciamo frutti, e affinché i nostri frutti durino a lungo. In ciò Dio è glorificato: quando noi diamo frutto. Ci rendiamo, dunque, conto che il nostro dovere non è banale nella storia della salvezza. Abbiamo assicurato l'aiuto e il potere di Dio e, pertanto, non dobbiamo dubitare che, se siamo fedeli e rimaniamo uniti alla vite che è Cristo, i frutti arriveranno. Coltiviamo con cura la nostra vigna, impariamo ad accogliere gli acquazzoni imprevisti affinché, a suo tempo, possiamo produrre il nostro frutto per Dio.


Suggerimenti pastorali

Avere coscienza dei doni di Dio e della premura del tempo. Questa domenica ci invita a fare una riflessione sul tempo e sui doni che Dio ci ha concesso nell'arco della nostra vita. A volte ci rendiamo meglio conto del tempo che passa, che la nostra vita invecchia con noi e, quando vogliamo verificare i frutti che abbiamo dato per il bene del mondo, della Chiesa e delle anime, riscontriamo solo risultati molto esigui. Cosa è successo? Abbiamo sfruttato con intelligenza e buona volontà i talenti ricevuti? O abbiamo vissuto come una "vigna" distratta, senza renderci conto che la nostra missione era di produrre uve dolci? O abbiamo vissuto come i vignaioli, che pensavano più a se stessi che all'amore del padrone della vigna? Il tempo continua a passare, ma finché c'è vita, c'è speranza di conversione, di trasformazione. Quante sono le persone che, incontrando Madre Teresa, o visitando la sua casa a Calcutta, hanno scoperto, fissando gli occhi di quei poveri moribondi, che potevano e dovevano fare qualcosa per dar davvero senso alle loro vite. Non aspettiamo domani per fare questa scoperta. Rendiamoci conto che Dio si aspetta molto da noi. Siamo la sua vigna, la sua vigna preferita, ed Egli si rallegra ed è glorificato, quando noi produciamo molto frutto.

I frutti sono in relazione con la docilità all'azione di Dio. Orbene, per dar frutto è necessario esser docili al piano di Dio. Ognuno di noi ha la sua propria vocazione, ed è stato messo in un posto ben preciso nella Chiesa. Ognuno, dunque, ha una missione personale ed intrasferibile. Non possiamo svolgerla in un modo qualsiasi o secondo il nostro capriccio. Il successo della fecondità spirituale affonda le sue radici nell'obbedienza al Progetto di Dio, come si vede dalle vite dei santi. Il segreto sta nell'identificarsi con Cristo ubbidiente, che soffre e offre la sua vita in riscatto per la salvezza degli uomini. La fecondità spirituale passa sempre attraverso la croce e il dolore. Chiunque voglia essere fecondo fuggendo da questa legge di salvezza, sbaglierà sempre, e un giorno resterà amaramente deluso. "Senza effusione di sangue non c'è redenzione".