19 febbraio – VII domenica del tempo ordinario

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Commento al Vangelo – VII Domenica del Tempo Comune

Può l’uomo perdonare i peccati?

Cos’è più difficile: perdonare i peccati o curare un paralitico? Questa interessante questione sollevata da Gesù nel Vangelo che oggi commentiamo, ci mostra la grandezza e l’efficacia del Sacramento della Riconciliazione.

di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
http://www.salvamiregina.it

 

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, e si seppe che Egli era in casa 2 Si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. 3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". 6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?". 8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua". 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (Mc 2, 1-12).

 

I – Introduzione

"Assueta vilescunt", si dice in latino, il che vuol dire: l’uso frequente di qualcosa, quasi sempre, finisce per usurarla, non importa quale sia la grandezza dell’oggetto usato e neppure la sua sostanza. Per esempio, non c’è niente di più banale, per noi, della quotidianità del corso solare ciò che invece Sant’Agostino considera come uno dei miracoli naturali di Dio.

Neanche i miracoli sovrannaturali sfuggono a questa regola. Da circa duemila anni, il Sacramento della Confessione è a disposizione di qualunque penitente, nondimeno, perdiamo con facilità la nozione della misteriosa grandezza del perdono che riceviamo attraverso questo sacramento. La stessa nozione della gravità del peccato, facilmente, si dissolve in noi quando la nostra vigilanza e la nostra vita di devozione non sono sufficientemente determinate. E può succedere che siamo chiamati ad aderire con fede integra a panorami sovrannaturali inediti, subito dopo aver elaborato sofismi per giustificare la nostra permanenza nel vizio. In questo caso, è di fatto difficile per noi reagire con piena rettitudine.

Questi presupposti spiegano in un certo qual modo il comportamento degli scribi, additato nel Vangelo di oggi.

Formati in scuole serie, conoscevano i segnali che precedevano ed indicavano l’avvento del Messia e persino la sua stessa nascita (). Ma non si era soltanto infiacchita la fede in questi dottori della Legge, – peggio ancora – essi avevano modellato alle loro convenienze egoistiche tutti i concetti appresi. Avevano elaborato un sistema dottrinario ed etico a margine della vera ortodossia.

Ora, poiché desiderava la salvezza di tutti, inclusi gli scribi, Gesù, penetrando divinamente nel loro pensiero, dimostrava loro che è Lui il Cristo e che può perdonare i peccati come Dio e come uomo, e confermando il suo potere con uno sprepitoso miracolo.

Qual è la reazione della moltitudine lì presente? Quale quella degli stessi scribi? La Liturgia di oggi ci risponderà.

San Matteo (9, 2-8) e San Luca (5, 18-26) raccontano l’episodio in questione. A parte differenze di cronologia – Luca e Marco collocano l’avvenimento all’epoca in cui le autorità giudaiche cominciano a lanciare invettive contro Gesù -, i tre si mostrano impegnati a trasmettere il grande obiettivo del Signore, ossia, la prova del suo potere di perdonare i peccati.Dei tre narratori del fatto, San Marco, come accade sempre con lui, è quello che renderà più vivi i colori della sua presentazione.

 

II – Commento al Vangelo

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, e si seppe che Egli era in casa.

Maldonato () ipotizza che Gesù debba essere entrato in città di notte ed in modo molto discreto, facendolo sapere soltanto ai discepoli e a nessun altro, così da poter riposare. Il suo intento non fu raggiunto, poiché l’annuncio del suo arrivo corse velocemente per la città.

Probabilmente si trattava della casa di Pietro, e non si può scartare l’ipotesi che la notizia sia stata diffusa da qualche amico, o addirittura da un suo parente. Non è facile far passare inosservata la presenza di Gesù, visto che la stessa virtù partecipata – quella dei santi -, nessuno riesce a nasconderla.

Il periodo di assenza da Cafarnao non deve essere stato solo di "qualche giorno", ma di settimane, perché si deduce che Egli predicò nei giorni di sabato in varie Sinagoghe, prima di far ritorno alla casa di Pietro.

2 Si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la Parola.

Era talmente tanta la quantità di persone, che queste ostruivano il passaggio a chinque. È comune, in tutti i tempi, il verificarsi della curiosità, compenetrata di egoismo, da parte della moltitudine che si accalca e si spinge a gomitate. Oltretutto, non doveva essere esiguo il numero dei rappresentanti di tutte le località. Lí ci dovevano essere anche dei farisei della Giudea e della stessa Gerusalemme, ansiosi di fare di Gesù uno dei loro o altrimenti, di condurlo al Calvario.

Insomma, traspaiono in questo versetto, in una sintesi elegante, la fretta e l’impegno un po’ agitati nell’approssimarsi a Lui, da parte di tutti.

 

Il Paralitico, simbolo delle anime deboli

3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.

Alcuni autori – come nel caso di Maldonado () – sono sostenitori dell’ipotesi che si trattasse di un paralitico di un certo potere e per questo probabilmente si faceva accompagnare dai suoi familiari e persino da amici.

Quanto al numero "quattro", puntualizzato da San Marco, c’è una controversia tra i commentatori. Alcuni, come San Beda, attribuiscono una certa allegoria al fatto, approssimandolo ai quattro Evangelisti o alle quattro virtù che ci conducono a Cristo. Altri, – tra i quali ritroviamo Maldonado – lo interpretano come risultato della preoccupazione di San Marco di mettere in risalto il carattere drammatico della paralisi dell’infermo. La sua capacità di locomozione era così ridotta che doveva essere caricato da quattro persone. Questa peculiarità darà al miracolo maggiore grandiosità.

C’è anche chi fa un parallelismo tra la paralisi fisica e la debolezza spirituale, perché la tendenza del debole è di raffreddarsi nella pratica della virtù, stancarsi nel suo progresso. Per non aver preso sul serio il peccato veniale, la sua volontà si debilita, conducendolo ad un lento e progressivo abbandono della preghiera e, infine, alla caduta nel peccato grave. Questo male è recriminato dal Signore: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca" (Ap 3, 15-16).

Nel considerare come valida quest’interpretazione, il Vangelo di oggi ci addita una soluzione per la paralisi spirituale: cercare Gesù, anche se attraverso l’aiuto di altri. Dove potrà meglio trovarLo un’anima debole? Nella confessione frequente, fatta con amore e serietà; in essa, oltre al beneficio del nostro pentimento, opererà in noi la stessa forza di Nostro Signore Gesù Cristo. Chi applica in tal modo questo metodo non sarà mai colpito da una terribile infermità spirituale.

"Per amore, niente è impossibile!

4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.

Coloro che conducono il paralitico, nell’agire, sono talmente radicali che la scena acquista un carattere drammatico. Si immaginino i tentativi, fatti da loro e forse anche da chi li accompagnava, familiari ed amici del malato, per convincere le persone ad aprire un varco nel mezzo della impenetrabile moltitudine lì accalcata. Il temperamento orientale, molto incline alla tragedia, deve essersi messo particolarmente in evidenza in questa occasione. Alcuni facendo una pressione teatrale per oltrepassare la barriera umana e altri brontolando, a mano a mano che venivano sempre più pigiati. Intuitivi come sono quei popoli, i barellieri e gli accompagnatori conclusero che erano inutili le loro arti diplomatiche. Rinunciarono ad usare le vie normali di entrata e si lanciarono in un’avventura, anch’essa molto caratteristica di quelle terre.

Le case giudaiche dei tempi messianici erano di terra, con una terrazza che faceva da tetto e permetteva il suo utilizzo da parte della famiglia in una notte estiva, o una copertura di paglia e fango sufficiente a resistere alle intemperie. Vi si accedeva da un lato della casa, attraverso una scala fissa, senza creare un maggiore rischio per coloro che si trovavano nella sala. I portatori della barella del paralitico allontanarono i rami dal calcestruzzo e aprirono un buco nel tetto.

Questo audace e bel gesto ci fa capire la realtà dell’assioma di Santa Teresa: "Per amore, niente è impossibile!". In effetti, lì era simbolizzato il vero zelo apostolico. Così devono essere la nostra fede ed il nostro impegno nella cura delle anime, non lasciarsi mai intimidire da nessun ostacolo. D’altro canto, lo stesso episodio ci mostra quanto Gesù desideri che la salvezza degli uni sia operata con l’aiuto degli altri. È precisamente questa l’immagine che ben esemplifica l’importanza dell’apostolato collaterale.

Possiamo farci un’idea dello stupore dei circostanti, accalcati intorno a Nostro Signore, nel rendersi conto che il tetto si apriva. Polvere, rumore, sorpresa! All’improvviso, una barella che comincia a scendere sostenuta con delle corde e, alla fine, il povero paralitico che atterra, obbligandoli a spostarsi e a premersi gli uni contro gli altri.

5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati".

In considerazione della fama degli innumerevoli miracoli realizzati da Gesù, evidentemente tutti i presenti aspettavano la guarigione immediata di quel paralitico. C’è da credere che egli sia sceso dal tetto con un atteggiamento di supplica che suscitava pena. Lì sarebbe bastata la presenza di alcune signore, dotate di ammirevole spirito materno, perché fosse creato un clima di commiserevole "suspence". Se qualcuna tra loro fosse stata una taumaturga, avrebbe fatto alzare il paralitico immediatamente.

La perplessità suscitata, negli uni e negli altri, dalle parole del Divino Maestro fu intenzionale e per varie ragioni. Gesù mette in chiaro quanto i problemi dell’anima siano più importanti di quelli del corpo. Inoltre, come precedentemente abbiamo detto, vi era una forte credenza tra i giudei che le malattie fossero frutto dei peccati personali o dei peccati dei predecessori(). Ci furono altre situazioni nelle quali Gesù, dopo il miracolo, raccomandò ai beneficiati di "Non tornare a peccare", affinché non capitassero loro mali peggiori. È da chiedersi se, nel caso concreto di questo paralitico, ci sia stata qualche relazione tra il suo stato fisico e problemi di ordine morale, ma non c’è possibile dare una risposta né in senso affermativo né negativo. Comunque, peccati lui doveva senz’altro averne, perché la frase pronunciata da Gesù non lascia dubbi. È perfino ammissibile che fosse profondamente pentito, come è confermato dall’affettuoso trattamento a lui riservato: "Figlio, abbi fede".

Molto interessante è l’opinione di Maldonado sulla "fede di quegli uomini":

"Probabilmente, questo paralitico non avrà avuto meno fede di quelli che lo avevano condotto lì. Ma, com’ è stato detto, Cristo gli perdonò i peccati per la fede dei suoi portatori. Gesù apprezzò così tanto la fede di quegli uomini buoni che, anche se il paralitico non ne avesse avuta in maniera conveniente, Egli lo avrebbe perdonato, a causa della fede dei suoi portatori" ().

C’è anche chi – come San Giovanni Crisostomo – avanza l’ipotesi che Gesù abbia voluto dare l’opportunità di reagire ai farisei, servendosi di questo pretesto per rendere manifesta la sua divinità.

 

Il Signore che scruta i cuori

6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?"

In quanto dottori della Legge, quegli scribi sapevano che solo a Dio spetta perdonare i peccati, come si legge nella Scrittura: "Sono Io, sono Io che cancello i tuoi misfatti, per riguardo a Me e non Mi ricordo più dei tuoi peccati" (Is 43, 25). Essi sapevano che nessun giudice avrebbe potuto arrogarsi la facoltà di perdonare qualsiasi peccato, perché questo implica un’offesa fatta ad un Essere infinito, eterno, ecc. e chi lo commette contrae una colpa anch’essa infinita.

Chi avesse affermato in pubblico d’essere capace di perdonare i peccati avrebbe proferito una bestemmia, per il fatto di voler praticamente usurpare il trono di Dio. Ora, secondo la Legge di Mosé, il bestemmiatore era condannato a morte per lapidazione(), e i testimoni avrebbero dovuto cominciare con lo strappargli le vesti. Con questa concezione, gli scribi, evidentemente, avrebbero anticipato la condanna di Gesù alla pena capitale. Non possiamo dimendicarci che probabilmente questi farisei erano quelli che avevano presenziato alla proclamazione del Precursore: "Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo"(Gv 1, 29).

8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori?"

Qui c’è un’ulteriore prova della divinità di Gesù Cristo. Le Scritture sono ricche di affermazioni riguardo quanto "il Signore scruta tutti i cuori e penetra ogni intimo pensiero dello spirito" (I Cr 28, 9). Dice Gesù a Geremia "Io sono il Signore che scruta il cuore, che sonda gli affetti" (17, 10).

L’Evangelista narra che i farisei non avevano detto niente in quest’occasione, si trattava di semplici pensieri. Soltanto il fatto di vederLo discernere con tanta precisione l’intimo delle anime, sarebbe dovuto essere loro sufficiente per credere nella divinità del Messia.

Secondo San Giovanni Crisostomo, questo fu il primo miracolo realizzato da Gesù quella notte, prima della stessa guarigione del paralitico. Qui si comprende quanto la blasfemia riguardasse esclusivamente i farisei, e mai Gesù.

Di grande consolazione è per noi questo passaggio, perché ci dimostra come i nostri pensieri, desideri e afflizioni siano seguiti dal nostro Redentore in ogni istante. Questo potere di Gesù incentiva la nostra devozione, fortifica la nostra fiducia e ci invita all’onestà. Dall’altro lato, fa crescere il nostro timor di Dio e mette un freno alla negligenza.

 

Gesù prova, col miracolo, il suo potere di perdonare

9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?

In sostanza, è incomparabilmente più difficile perdonare i peccati che guarire una paralisi. Intanto, il dire "I tuoi peccati ti saranno perdonati" non pone in rischio, né mette alla prova, l’efficacia di queste parole, poiché non ci sono elementi per attestare se di fatto i peccati sono o non sono stati perdonati. Il contrario succede con l’ordine di alzarsi. In questo caso, la verifica è immediata. Si può ben immaginare quello che sarebbe accaduto se, dopo essere stato proferito l’ordine, il paralitico non si fosse mosso dalla sua barella…

Infine, siccome i giudei ritenevano ci fosse un vincolo tra peccato e infermità, guarita la paralisi, inevitabilmente, l’infermo sarebbe stato liberato dai suoi peccati.

10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua".

Su questi versetti, pullulano i commenti dalle più varie sfumature. Maldonado, tuttavia, sembra essere meglio ispirato nelle sue osservazioni. L’esegeta nota che Gesù non chiamò Se stesso "Figlio di Dio", ma "Figlio dell’Uomo", affinché fosse assolutamente chiaro che il potere di perdonare peccati, Egli lo possedeva anche come uomo. "Egli dimostra che è Dio, non con argomenti, ma con l’azione, quando rivela loro quello a cui stanno pensando, e che perdona in quanto uomo". Non si è riferito a questo potere in quanto suo detentore nel Cielo – visto che lo possiede da tutta l’eternità – ma "sulla terra", "dimostrando che anche come uomo perdona peccati" ().

Più avanti Maldonato così conclude: Nello stesso modo con cui il potere di perdonare i peccati è stato comunicato all’umanità di Cristo dalla sua divinità, così pure da Cristo capo questo stesso potere è derivato per i membri che Egli ha voluto, cioé per i sacerdoti"().

Il resto della scena ha un qualcosa di necessariamente teatrale per dimostrare ad nauseam la grandezza dei miracoli lì operati da Gesù. Da qui i tre ordini consecutivi dati da Lui: "Alzati", ordine che il paralitico eseguì da solo, senza l’aiuto di nessuno, per rendere così manifesto quanto Cristo gli avesse restituito le sue forze; "prendi il tuo letto", è un altro grande prodigio, perché, oltre a mettersi in piedi colui che era sceso dal tetto soltanto con l’aiuto di altre quattro persone, ora deve anche raccogliere il suo letto; e "Va’ a casa". S’immagini la meraviglia di quella moltitudine, ora ancora più accalcata, vedendosi nella contingenza di aprire per l’ex-paralitico il passaggio che gli era stato negato all’entrata, affinché – col suo letto – si mettesse finalmente sulla via del ritorno…

12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!".

L’atteggiamento di quella moltitudine di gente è opposto a quella degli scribi. Essi si sentono pervasi di ammirazione, perché, con tutta facilità, dagli effetti risalgono alla causa e danno a Dio, con lodi, quello che Gli è dovuto, riconoscendo il carattere insolito dell’accaduto. Crescono così, nelle virtù teologali, si riempiono di gioia, ricevono un’ infusione d’energia ed anche progrediscono nel timore di Dio.

Ben diverso deve essere stato il ritorno degli scribi alle loro case, trafitti dall’angoscia della blasfemia non riparata.

 

III – Conclusione

Non dobbiamo mai assumere un atteggiamento analogo a quello degli scribi., chiudendoci di fronte al divino potere di Gesù di perdonare i nostri peccati, e trascurando così l’efficacia, la grandezza e la necessità del Sacramento della Confessione. La Liturgia di oggi c’insegna le meraviglie di questo potere, che Lui stesso ha conferito ai suoi sacerdoti. Al fine di alimentare la nostra devozione in una materia tanto importante, trascriviamo qui di seguito un bel fatto accaduto a Santa Margherita di Cortona:

"Vedendo la fervorosissima conversione di Margherita, il Redentore cominciò ad istruirla e a concederle grazie in molte maniere, e, mostrandoSi a lei tutto pieno di pietà e di amore, la chiamava frequentemente col nome di ‘poverina’. Un giorno, la Santa, piena di quella confidenza che è tanto caratteristico dell’amore filiale, Gli disse:

— Signore, Voi sempre mi chiamate "poverina". Quand’è che arriverà quel giorno in cui udirò proferire dalla vostra divina bocca il bell’appellativo di "figliola"?

— Non ne sei ancora degna. Prima di ricevere il nome e il trattamento di figlia, conviene che purifichi meglio la tua anima con una confessione generale di tutte le tue colpe.

"Avendo udito questo, Margherita fece un minuzioso esame dei suoi peccati e, per otto giorni consecutivi, li espose al confessore, più con le lacrime che con le parole. Finita la confessione, tolse il velo che le copriva la fronte, pose una corda al collo e, in questa umile postura, andò a ricevere il Corpo Santissimo del Redentore. Aveva appena finito di comunicarsi, che sentì risuonare nel più profondo della sua anima le parole: "Figlia Mia". Udendo questa voce così dolce, per la quale tanto aveva sospirato, perse i sensi e rimase assorta in un mare di beatitudine e gioia. Ritornando in sé da quest’estasi, cominciò a ripetere, attonita per l’ammirazione:

— Oh! Dolce parola: ‘mia figlia’! Oh! Dolce voce! Oh! Parola piena di giubilo! Oh! Voce piena di sicurezza: ‘mia figlia’!" ()


 

) Cfr. Mt 2, 4-6.

) P. Juan de Maldonado SJ, Comentarios a los cuatro Evangelios, BAC, Madrid, 1951, vol. II, pag. 64.

) Op. cit., pag. 66.

) Cfr. Gv 9, 1-2.

) Op. cit., vol. I, pag. 372.

) Cfr. Lv 24, 14-16.

) Op. cit. pag 374..

) Op. Cit. Pag.375

) Cfr. Francesco Marchese, Vita di Santa Margherita di Cortona, cap.12, pag.169.