17 marzo: Viva il Beato Pio IX!

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Roberto de Mattei, Pio IX, Piemme 2000, ISBN-13: 9788838448935, pag. 253, Euro 14,50

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1861-1878: SCONFITTO O VINCITORE?

(proponiamo un estratto del capitolo terzo)
 
I. La questione romana: da Cavour a Porta Pia

Tutto l’ampio ventaglio di forze rivoluzionarie che confluisce nel "fascio" risorgimentale, dal neoguelfismo al liberalismo "cattolico", fino alle punte più accese del radicalismo democratico, trova il suo momento catalizzatore e aggregante nel mito della Roma "rigenerata" e "riformata", perché liberata dal principato civile del Pontefice. «La capitale del mondo pagano e del mondo cattolico – scrive De Sanctis, uno degli autori più rappresentativi dell’Italia risorgimentale – è ben degna di essere la capitale dello spirito moderno. Roma è dunque per noi non il passato, ma l’avvenire. Noi andremo là per distruggervi il potere temporale e per trasformare il papato» 3.

La "questione romana" è dunque realmente la "questione" del Risorgimento, di cui costituisce non un’appendice politico-diplomatica, ma il filo conduttore e il compimento. «La Rivoluzione attuale – scriveva Giuseppe Montanelli – mosse da Roma e prima o poi a Roma dovrà compirsi» 4. Il 1870, «l’Ottantanove d’Italia» 5, rappresenterà l’epilogo e il simbolico compimento del Risorgimento, o addirittura, per le società segrete, come affermerà il Gran Maestro della Massoneria italiana Adriano Lemmi, «il più memorabile avvenimento della storia del mondo» 6. «Siate tranquilli sul conto nostro – confiderà Cavour a Henry d’Ideville – noi impiegheremo cinquant’anni per compiere il nostro Ottantanove, evitando le scosse e gli eccessi attraverso i quali siete passati voi» 7.

La posizione di Pio IX sulla "questione romana" è ormai netta. Con le allocuzioni concistoriali Novos et ante 8 del 28 settembre 1860, Iamdudum cernimus 9 del 18 marzo 1861, Maxima quidem 10 del 9 giugno 1862, il Papa reitera la sua condanna delle pretese rivoluzionarie, sostenuto dall’adesione dell’episcopato cattolico, rinnovata al Pontefice nel Concistoro del 9 giugno 1862 da più di trecento arcivescovi o vescovi di tutto il mondo. Nelle sole province meridionali intanto il governo in pochi mesi processa e confina sessantasei vescovi (più della metà), tra i quali i cardinali arcivescovi di Napoli Sisto Riario Sforza, e di Fermo Filippo De Angelis 11, mentre le popolazioni del meridione resistono sotto forma di "brigantaggio" all’invasione piemontese 12. «La battaglia che si fa contro il Pontificato Romano – ribadisce Pio IX – non tende solamente a privare questa Santa Sede e il Romano Pontefice di ogni suo civile Principato ma cerca anche di indebolire e, se fosse possibile di togliere, totalmente di mezzo ogni salutare efficacia della Religione cattolica: e perciò anche l’opera stessa di Dio, il frutto della redenzione, e quella santissima fede che è la preziosissima eredità a noi pervenuta dall’ineffabile sacrificio consumato sul Golgota» 13. Due anni dopo, nel Sillabo dell’8 dicembre 1864, vengono esplicitamente condannate due proposizioni che si riferiscono al principato civile del Pontefice romano. Sono la 75: «Sulla compatibilità del regno temporale con lo spirituale disputano fra di loro i figli della cristiana e cattolica Chiesa» e la 76: «L’abolizione del civile imperio che possiede la Sede Apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà e felicità della Chiesa». Nel 1865 nella allocuzione Multiplices inter 14, Pio IX, sulla scia dei suoi predecessori, rinnova la condanna e la scomunica delle società segrete, in particolare la Carboneria e la Massoneria, «che con le diversità delle sole apparenze si costituiscono di giorno in giorno e congiurano contro la Chiesa e la legittima potestà, sia in pubblico come in privato» 15.

Poche settimane dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il conte di Cavour fu colpito da un’apoplessia che lo portò improvvisamente alla morte, la mattina del 6 giugno 1861. Durante il delirio che precede la morte, la vita è ancora così potente in lui che attraverso il vestibolo e due saloni si sentono risuonare le sue ultime parole, prive di senso: «Imperatore! Italia! Niente stato d’assedio!» 16. Un francescano amministra i Sacramenti al conte, scomunicato, senza esigere la ritrattazione degli errori 17.

L’opera di Cavour venne continuata da Bettino Ricasoli 18, il "barone di ferro" toscano, che ispirava la sua azione politica a un profetismo riformatore giustamente paragonato da Spadolini a quello mazziniano 19. Cavour stesso, sul letto di morte, aveva molte volte pronunciato il nome di Ricasoli indicandolo al Re come suo successore. Egli fu il primo della lunga serie di ex collaboratori di Cavour – Rattazzi, Farini, Minghetti, Lamarmora e Lanza – che si succedettero l’uno dopo l’altro alla Presidenza del Consiglio senza avere nessuno l’esperienza e l’abilità dell’artefice dell’unità d’Italia.

Il 24 giugno 1861 Napoleone III riconobbe ufficialmente come "Re d’Italia" Vittorio Emanuele II, con il quale il sovrano francese aveva rotto le relazioni diplomatiche a seguito dell’occupazione delle Marche e dell’Umbria. A partire da questo momento tra il re d’Italia e l’Imperatore dei Francesi, si sviluppò un rapporto ambiguo e contraddittorio sulla "questione romana" destinato ad avere un primo sbocco nella "Convenzione di settembre", stipulata a Parigi il 15 settembre del 1864 tra l’Italia e la Francia 20. Con tale accordo l’Italia si impegnava a non attaccare lo Stato Pontificio e a trasferire la capitale del Regno da Torino a Firenze; la Francia si obbligava a ritirare gradualmente, ma entro lo spazio di due anni, le sue truppe da Roma. La diplomazia pontificia, tenuta all’oscuro delle trattative, era persuasa, come tutti, che Firenze costituisse solo una tappa verso la conquista di Roma. «Chi volesse definire quella Convenzione – scrive la "Civiltà Cattolica" ­ non potrebbe dirla meglio, che Negotium perambulans in tenebris. Nelle tenebre fu concepito e nelle tenebre che proceda» 21.

Il 22 ottobre 1865 si votò per la prima volta in Italia dopo la morte di Cavour. Su venti milioni di abitanti che comprendeva il Regno da poco unito, senza Roma e Venezia, solo 504.263 erano i cittadini aventi diritto al voto, in base ai requisiti richiesti di istruzione e di censo, e solo 271.923 gli italiani che concretamente lo espressero recandosi alle urne. Firenze è da pochi mesi la nuova capitale del Regno unitario.

Nel 1866 il Regno d’Italia, raggiunse frattanto la sua altra meta: l’annessione di Venezia e del Veneto in seguito alla guerra austro-prussiana. Il governo austriaco si disse disposto a cedere Venezia e il Veneto a Vittorio Emanuele attraverso Napoleone III, purché l’Italia rimanesse neutrale. Il governo italiano, mosso dall’avversione antiaustriaca e dal desiderio di mostrare sul campo le proprie qualità belliche, rifiutò però l’offerta e il 20 giugno 1866, sotto la guida di Ricasoli, dichiarò guerra all’Austria. Mentre l’esercito prussiano passava di vittoria in vittoria, quello italiano, guidato dai generali Lamarmora e Cialdini, venne disfatto per terra a Custoza, il 24 giugno, e sul mare, a Lissa, il 20 luglio. Sconfitta sul campo, l’Italia ottenne una vittoria umiliante, accettando di ricevere il Veneto dall’Austria per le mani di Napoleone. La prima guerra nazionale del nuovo Regno d’Italia, da tutti invocata, lasciò uno strascico profondo di amarezze e di delusione.

Immediatamente dopo la proclamazione del Regno, il 25 marzo 1861, il conte di Cavour annunciò alla Camera dei deputati che «Roma sola deve essere capitale d’Italia» 1. L’obiettivo cavouriano, due giorni dopo, venne sancito di fronte a tutta l’Europa dal voto del primo Parlamento nazionale. La caduta del potere temporale del Papa non è più, a partire da questo momento, il programma occulto delle società segrete, ma quello pubblico ed ufficiale del Regno d’Italia appena costituito. Nasce così, come problema internazionale, la «questione romana» 2.

In quella stessa estate del 1866, nei mesi di luglio e agosto viene approvata dalla Camera e dal Senato la legge per la soppressione degli enti ecclesiastici e la liquidazione dell’asse ecclesiastico, che sopprime venticinquemila enti devolvendone i beni al pubblico demanio e successivamente li mette all’asta in tutta Italia, avvantaggiando la nuova borghesia che se li accaparra a un prezzo inferiore al loro reale valore. Tale legge non solo attenta gravemente alla libertà della Chiesa italiana, ma ha drammatiche ripercussioni sociali, perché i cittadini perdono i diritti fino allora goduti nelle terre di proprietà ecclesiastica, a tutto vantaggio della nuova borghesia liberale 22.

Nel giugno del 1867, la Costituente massonica riunita a Napoli riacclama Garibaldi Primo Massone d’Italia e Gran Maestro Onorario. Il Gran Maestro effettivo è per la seconda volta Filippo Cordova 23 che, nel nuovo governo, guidato da Urbano Rattazzi, ricopre la carica di ministro di Grazia e Giustizia e Culto.

Alla fine di settembre del 1867, scoppiano nello Stato Pontificio una serie di moti che si propongono di fare cadere il governo dall’interno di Roma, mentre Garibaldi avrebbe dovuto invaderla dall’esterno. Pio IX prevedendo gli avvenimenti non è rimasto inattivo. Nel 1865, egli ha nominato Pro-Ministro delle Armi, in sostituzione di mons. de Mérode, il generale Ermanno Kanzler 24 ufficiale con un brillante passato militare, stimato e benvoluto dai suoi soldati 25. In breve tempo viene riorganizzato un piccolo esercito sovranazionale di circa 13000 uomini che non ha niente da invidiare a qualsiasi esercito dell’epoca per armamento e spirito bellico 26. Tutto l’esercito viene diviso in due brigate: una sotto il comando del generale Raffaello de Courten, l’altra del generale marchese Zappi.

Gli episodi più drammatici avvengono il 22 ottobre nella Caserma Serristori degli zuavi a Borgo Santo Spirito, dove due terroristi, Gaetano Tognetti e Giuseppe Monti, fanno saltare un’intera ala dell’edificio, provocando la morte di ventisette zuavi e di quattro civili 27; due giorni dopo a Villa Glori, alle porte di Roma, dove una colonna di circa ottanta uomini guidata dai fratelli Giovanni ed Enrico Cairoli viene sgominata dalle truppe pontificie dopo una violenta mischia; il 25 ottobre a Trastevere, dove la Casa Aiani, trasformata in fortezza, viene espugnata nonostante l’accanita resistenza dei difensori incitati dalla popolana Giuditta Taiani-Arquati, che muore, assieme a un figlioletto, con la rivoltella in pugno.

Se la sollevazione romana fallisce, ciò è dovuto anche alla grande popolarità di Pio IX. «Verso sera – ricorda uno dei congiurati, Vittorio Ferrari – proprio nell’ora in cui il corso di Roma è più animato, lo spettacolo che si offriva al passaggio della berlina papale era quello di un’onda marina procedente e maestosa. Tutta la gente sostava e si sistemava a terra di mano in mano che la carrozza procedeva. E così via fino a Porta del Popolo. Noi ci fissammo in viso l’un l’altro come estatici a quello spettacolo: quando rinvenimmo dallo stupore, ci domandammo: "Che siamo venuti a fare noi?"» 28.

Negli stessi giorni Garibaldi invade lo Stato Pontificio per rovesciare «il più schifoso dei governi» 29, «il governo di Satana» 30, e alla testa di circa undicimila uomini riesce ad entrare a Monterotondo, dove i suoi soldati si danno ad azioni vandaliche. All’alba del 3 novembre il generale Kanzler lo affronta a Mentana 31. Il combattimento, durissimo, si conclude nel pomeriggio, con un decisivo attacco alla baionetta dei pontifici che vincono lasciando trenta morti e centotré feriti sul campo, contro circa un migliaio, tra morti, feriti e prigionieri dei seguaci di Garibaldi. Le accoglienze ai soldati pontifici furono trionfali, ma nei solenni funerali per i caduti celebrati alla Sistina, Pio IX pianse a lungo e non riuscì a terminare le preghiere 32. «Ben diversamente dal 16 novembre 1848 – osserva Martina – la rivoluzione era fermata: fermata, non vinta» 33.

Henry d’Ideville, il diplomatico francese che a Torino era stato affascinato da Cavour, traccia in questi giorni un amaro quadro dei primi frutti dell’unificazione italiana: «L’unità italiana ha generato il garibaldinismo, la guerra contro la religione, il prestito forzoso, l’imposta sul reddito accompagnata dalle più pesanti tasse dirette e indirette: questa unità condannò fatalmente il paese alla bancarotta, all’irreligione e al disordine sotto l’una o l’altra forma» 34.

Una confederazione che restituisca ai Borboni il trono di Napoli, la Toscana al Granduca, Parma e Modena ai loro duchi e rimandi Vittorio Emanuele a Torino «con la Lombardia e il Veneto come premio di consolazione» 35, è per il conte d’Ideville e per molti conservatori la soluzione più saggia. «La confederazione – egli scrive – sarebbe la soluzione conservatrice della questione italiana e credo non vi sia un italiano amante del paese e della religione che non desideri questa soluzione» 36.

II. La conquista militare di Roma

La guerra franco-prussiana del 1870 dissolse il sogno imperiale di Napoleone III e realizzò quello, altrettanto fugace di Bismarck. Grazie alla sua rapida e schiacciante vittoria sull’esercito francese, il "cancelliere di ferro" non solo portò a termine l’unificazione tedesca, creando il Secondo Reich, ma contribuì a compiere, con la Conquista piemontese di Roma, la "Rivoluzione italiana", lasciata incompiuta dal conte di Cavour.

Gli avvenimenti precipitano nell’estate del 1870 37. Il 27 luglio l’ambasciatore francese a Roma Bonneville comunica al cardinale Antonelli la notizia della prossima partenza delle truppe francesi. «Fra noi – commenta il giorno stesso d’Ideville – temo che questo vile abbandono del Papa porti disgrazia alle nostre armi» 38.

Il 2 settembre 1870, con la notizia della disfatta di Sédan risuonano per le strade di Parigi le grida di «Vive la République!» 39. «Se nel 1859 l’imperatore si fosse occupato della Francia invece di occuparsi dei suoi amici d’Italia – commenta desolato d’Ideville concludendo le sue memorie – non saremmo al punto che siamo, né voi, né loro; ma, ahimè, avevamo abbandonato i nostri destini nelle mani di un carbonaro che ha regnato per la maggior gloria dell’Italia e della Prussia» 40. Una settimana dopo la sconfitta francese il ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta, smentendo quanto il 22 luglio aveva assicurato a Napoleone III, notifica alle potenze estere la imminente occupazione dello Stato della Chiesa da parte delle truppe italiane 41.

Il giorno 8 settembre, Vittorio Emanuele II invia presso Pio IX il conte Gustavo Ponza di San Martino per offrire al Pontefice la "protezione" delle sue truppe. In una lettera che rappresenta un capolavoro di ipocrisia, il sovrano italiano scrive al Papa che, al fine di impedire le violenze che potrebbero essere promosse dal «partito della rivoluzione cosmopolita», egli vede «da indeclinabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede che le mie truppe già poste ai confini s’inoltrino ad occupare quelle posizioni che saranno indispensabili per la sicurezza della Vostra Santità e pel mantenimento dell’ordine».

Leggendo la lettera, Pio IX reagisce con energia e, rivolgendosi al conte Ponza, esclama: «Razza di vipere, sepolcri imbiancati! (…) Ecco dove la rivoluzione ha fatto scendere un re di Casa Savoia! (…) Senz’essere né profeta, né figlio di profeta, vi dico che a Roma non vi resterete» 42.

Il Papa scrive quindi immediatamente a Vittorio Emanuele: «Dal conte Ponza di San Martino mi fu consegnata una lettera che V.M. ha voluto dirigermi, ma che non è degna di un Figlio affettuoso, che si gloria professare la fede cattolica e si pregia di lealtà regia. Non entro nei dettagli della lettera stessa per non rinnovare il dolore che la prima lettura mi ha cagionato. Benedico Dio che ha permesso a V.M. di ricolmare di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Del resto lo non posso ammettere certe richieste, né conformarmi a certi principi contenuti nella sua lettera. Nuovamente invoco Dio e rimetto nelle Sue mani la mia causa, che è tutta sua. Lo prego a concedere molte grazie alla M.V., liberarla dai pericoli e dispensarle le misericordie di cui abbisogna. Dal Vaticano, 11 settembre 1870. Pius PP. IX» 43.

Nel pomeriggio di quel giorno Pio IX si reca sulla piazza di Termini per inaugurare davanti a una folla calorosa il nuovo Acquedotto dell’Acqua Marcia. I presenti lo descrivono calmo e sorridente, senza traccia sul viso del subbuglio che doveva agitargli il cuore 44.

Senza attendere la risposta del Papa, il Consiglio dei Ministri, il 10 settembre, delibera che il giorno successivo le truppe italiane, sotto il comando del generale Raffaele Cadorna, inizino l’occupazione dello Stato Pontificio. Le forze italiane, contano circa 60.000 uomini contro un totale di 13.000 effettivi dell’esercito pontificio. L’8 settembre il Lanza aveva spedito al prefetto di Caserta e al prefetto di Cagliari due telegrammi per raccomandare massima sorveglianza per Mazzini incarcerato a Gaeta e per Garibaldi quasi esule a Caprera.

Il 18 settembre, domenica, la giornata è bellissima. Le porte di Roma sono chiuse e il popolo, non potendo andare nelle osterie di campagna, passeggia sulle alture del Gianicolo, per vedere i sessantamila italiani accampati attorno alle mura della città. È evidente la difficoltà per il piccolo esercito pontificio di difendere il vasto perimetro delle mura di Roma. Ufficiali e soldati del Papa fregiano la divisa di una piccola croce capovolta in lana rossa, la Croce di San Pietro, a somiglianza delle medaglie commemorative fatte coniare da Pio IX per la battaglia di Castelfidardo.

Il 19 settembre Pio IX manifesta al generale Kanzler le sue decisioni con una lettera in cui scrive: «Signor Generale, ora che si va a consumare un gran sacrilegio, e la più enorme ingiustizia, e la truppa di un Re Cattolico, senza provocazione, anzi senza nemmeno l’apparenza di qualunque motivo, cinge di assedio la capitale dell’Orbe Cattolico, sento in primo luogo il bisogno di ringraziare Lei, sig. Generale, e tutte le nostre truppe della generosa condotta finora tenuta, dell’affezione mostrata alla Santa Sede e della volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa Metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifica la disciplina, la lealtà ed il valore della truppa al servizio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta atta a constatare la violenza, e nulla più: cioè di aprire trattative per la resa appena aperta la breccia. In un momento in cui l’Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi Nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire ad un grande spargimento di sangue. La Causa Nostra è di Dio, e Noi mettiamo tutta nelle Sue mani la nostra difesa» 45.

La sera stessa, mentre giunge la notizia che il giorno seguente sarebbe avvenuto l’attacco, Pio IX, percorrendo per l’ultima volta le vie di Roma, si reca a San Giovanni in Laterano, sale in ginocchio la Scala Santa e, giunto in cima, con voce rotta dal pianto implora: «A te, mio Dio, mio Salvatore, a te mi rivolgo, servo dei servi, e indegnissimo tuo Vicario: ti supplico per il sangue sparso per questo luogo, di cui lo sono il dispensatore supremo, e ti prego per i tuoi tormenti e per il sacrificio che hai fatto montando volontariamente questa scala di obbrobrio per offrirti in olocausto per un popolo che t’insultava, per il quale andavi a morire sopra un tronco infame: abbi pietà del tuo popolo, della Chiesa, tua amatissima sposa. Sospendi lo sdegno, la tua giusta collera. Non permettere ai tuoi nemici di venire a profanare la tua dimora. Perdona al mio popolo, che è pure tuo! E se un olocausto è necessario, se è necessaria una vittima, eccomi o Signore: non ho vissuto abbastanza? Pietà, mio Dio, pietà ti prego; ma qualunque cosa avvenga, sia sempre fatta la tua volontà» 46.

Alle 5,15 del 20 settembre 1870, l’osservatorio di Santa Maria Maggiore avverte il ministero della Guerra che le batterie nemiche hanno aperto il fuoco contro Porta Pia che, per la sua posizione, costituisce il punto più vulnerabile della città 47. Il Papa, in previsione degli avvenimenti, ha da qualche giorno invitato gli ambasciatori e i ministri delle Corti straniere a volersi recare da lui ai primi colpi di cannone. Fin dalle sei e mezza del mattino, tutti i diplomatici sono riuniti in Vaticano dove assistono alla Messa privata del Pontefice, celebrata tra il rombo delle cannonate e gli scoppi delle granate. Dopo la Messa vengono serviti cioccolata e gelati; Pio IX rimasto a pregare nel suo oratorio, rientra nella Sala del Trono verso le nove. Mentre si intrattiene con il Corpo Diplomatico, riunito attorno a lui come nei lontani giorni del novembre 1848, giunge il cardinale Antonelli con un dispaccio in mano: è la notizia che una breccia è aperta nelle mura della Villa Bonaparte a sinistra di Porta Pia 48. «Il Rubicone è passato: Fiat voluntas tua in coelo et in terra» mormora Pio IX. Poi rivolgendosi ai diplomatici: «Signori io do l’ordine di capitolare: a che difendersi più oltre! Abbandonato da tutti, dovrei tosto o tardi soccombere, ed io non debbo far versare sangue inutilmente. Voi mi siete testimoni, Signori, che lo straniero non entra qui che con la forza» 49. L’ordine agli zuavi, che chiedono di combattere a oltranza, è quello di limitare la resistenza a quel tanto che è necessario per dimostrare al mondo che il Papa non rinuncia ai suoi diritti ma cede alla violenza.

Lungo le mura che cingono la Città Eterna, nell’interminabile pausa di silenzio che precede l’attacco, si leva in quel momento l’ultimo cantico di fedeltà degli zuavi:

«Flottez au vent, triomphantes bannières
Gloire à vous tous, chevaliers de Saint Pierre!» 50.

Mentre il fumo si dirada, il capitano Berger ne intona una strofa in piedi sulle macerie della breccia di Porta Pia, tenendo la spada per la lama, con l’impugnatura rivolta al Cielo, come ad offrire a Dio l’estremo sacrificio: quello di una resistenza ad oltranza mancata. Già la bandiera bianca sventola sulla cupola di San Pietro.

La Rivoluzione risorgimentale è compiuta. «In questo momento che scrivo – annota Francesco De Sanctis, interrompendo la stesura della sua Storia della letteratura italiana – le campane suonano a distesa e annunziano l’entrata degli italiani a Roma. Il potere temporale crolla. E si grida il viva all’unità d’Italia. Sia gloria a Machiavelli» 51.

Al mattino del 21 settembre 1870, le milizie pontificie, dopo aver passato l’intera notte sotto il porticato di San Pietro, si raccolgono sotto le finestre del Vaticano. Il colonnello canadese Allet, fatto formare il quadrato, fa presentare per l’ultima volta le armi al grido di «Viva Pio IX, Papa-Re!». Il 9 ottobre Roma e il suo territorio vengono annessi al Regno d’Italia per decreto reale 52.

III. Prigioniero in Vaticano

Se nel 1848 la Rivoluzione italiana si era presentata a Roma con il volto della violenza e dell’anarchia, nel 1870, dopo l’atto di forza, si presentò sotto l’aspetto della moderazione e della legalità. Garibaldi e Mazzini, i due protagonisti più violenti della Rivoluzione italiana, non avevano partecipato a questo evento. L’8 settembre Pio IX non fu costretto ad abbandonare la città di Roma, come al tempo della Repubblica Romana. Tuttavia egli, che nel 1860 aveva dichiarato che «il Papa a Roma non può essere che sovrano o prigioniero», decise di considerarsi prigioniero in Vaticano fino al giorno della restituzione del suo dominio temporale 53.

Il 1° novembre, il Papa pubblicò l’enciclica Respicientes 54 contenente le censure canoniche inflitte a tutti i responsabili dell’occupazione dello Stato Pontificio. Dopo aver considerato gli atti che il governo subalpino, «seguendo i consigli di perdizione delle sètte, aveva compiuti contro ogni diritto, con la violenza e con le armi», Pio IX tocca il cuore della "questione romana". Egli ricorda come già altre volte avesse esposto, in varie allocuzioni, «la storia della guerra nefanda», fatta dal governo piemontese alla Sede apostolica, le antiche ingiurie fino dal 1850, le offese continuate, «sia coll’infrangere la fede da solenni convenzioni obbligata alla Sede apostolica, sia col negare impudentissimamente l’inviolabile diritto di quelle nel tempo medesimo che dicevasi voler trattare nuovi patti» e fare nuove convenzioni. «Da quei documenti i posteri verranno a conoscere con quali arti e con quanto scaltre e indegne macchinazioni quel governo sia arrivato ad opprimere la giustizia e la santità della Sede apostolica, e quali fossero da parte del Papa le cure nel reprimere l’audacia ogni giorno crescente e nel rivendicare la causa della Chiesa».

Il Papa ripercorre quindi le fasi delle «annessioni» dei suoi Stati, dal 1859 in poi; la ribellione provocata nelle Romagne, l’esercito pontificio distrutto a Castelfidardo, l’occupazione delle Marche e dell’Umbria, dove si disse «voler restituire i principi di ordine morale, mentre invece di fatto si promosse dovunque la diffusione ed il culto d’ogni falsa dottrina, dovunque si sciolsero le redini alle passioni ed all’empietà».

Accenna quindi alle proposte di inique conciliazioni con gli usurpatori, «per le quali si tentava di indurlo a tradire turpemente il suo dovere»; ricorda gli assalti del 1867, quando «orde di uomini perdutissimi sostenuti da aiuti del medesimo governo irruppero nei confini pontifici e contro Roma»; rievoca i pericoli, i timori, la prodigiosa salvezza, la fedeltà e devozione sempre dai fedeli «mostrata con insigni significazioni e con opere di cristiana carità»; finalmente l’occasione presa dal governo di Firenze d’invadere lo Stato della Chiesa e i fatti seguiti.

Dopo avere ricordato quanto accadde il 20 settembre e nei giorni che seguirono, Pio IX, confermando tutte le encicliche, allocuzioni, brevi e proteste solenni del suo pontificato, dichiara «essere sua mente, proposito e volontà di ritenere e trasmettere ai suoi successori tutti i dominii e diritti della Santa Sede interi, intatti e inviolati; e qualunque usurpazione, tanto fatta allora quanto per lo addietro essere ingiusta, violenta, nulla ed irrita; e tutti gli atti dei ribelli e degli invasori sia quelli fatti fino allora, sia quelli che si faranno in seguito per assodare in qualsiasi modo la predetta usurpazione, essere da lui rescissi, cassati, abrogati, dichiarando inoltre dinanzi a Dio ed a tutto il mondo cattolico versare egli in tale cattività, che non poteva esercitare speditamente e liberamente e con sicurezza la sua pastorale autorità». Aggiunge che, «memore dell’ufficio suo e del solenne giuramento dal quale era obbligato non assentirebbe mai, né mai presterebbe assenso a qualunque conciliazione, la quale in qualsivoglia maniera distrugga o diminuisca i suoi diritti, che sono diritti di Dio e della Santa Sede: e professava essere veramente pronto coll’aiuto della grazia divina e nella sua grave età a bere fino all’ultima goccia per la Chiesa di Cristo quel calice che Cristo stesso per primo erasi degnato bere per la Chiesa; né commetterebbe giammai la debolezza di aderire alle inique domande che gli si porgevano, o di secondarle». Ammonisce infine che, «siccome ammonimenti, domande e proteste erano state vane, così per l’autorità dell’onnipotente Iddio, de’ santi apostoli Pietro e Paolo, e sua, dichiarava ai vescovi e per mezzo loro a tutta la Chiesa, che tutti, anche posti in qualunque dignità, fosse pur degna di specialissima menzione, coloro che aveano commesso la invasione di qualunque provincia dello Stato della Chiesa e di Roma; e la occupazione, usurpazione, od altri atti di simil genere, e i loro mandanti, fautori, aiutanti, consiglieri aderenti, od altri qualunque procuranti o per se medesimi operanti le predette, cose, sotto qualsiasi pretesto e in qualunque modo, erano incorsi nella scomunica maggiore e nelle altre censure e pene inflitte dai sacri canoni, dalle apostoliche costituzioni, dai decreti dei concili generali e specialmente di quello di Trento (sess. 22 c., II de Reform.) giusta la forma e tenore espresso nella lettera del 26 marzo 1860».

IV. Le ultime denunce della Rivoluzione

L’8 novembre 1870 la polizia italiana procedette all’occupazione del Quirinale con l’aiuto di un fabbro ferraio. Fu necessario un grimaldello per scardinare i battenti della grande porta della sala degli Svizzeri chiusi e sigillati. Vittorio Emanuele arrivò il penultimo giorno dell’anno accolto dalla fanfara reale. Il 23 gennaio 1871 si insediò al Quirinale l’erede al trono Umberto, principe di Piemonte, con la moglie Margherita e con il bambino, il futuro Vittorio Emanuele III 55. L’occupazione della grande reggia del Quirinale non fu foriera di lieti eventi per i Savoia. Vittorio Emanuele lasciò per l’ultima volta la residenza dove aveva passato la sua infanzia dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale. Il padre Umberto I fu vittima, il 29 luglio 1900, di una mano omicida; il figlio Umberto II subì nel giugno 1946, dopo un discusso referendum, l’esilio.

Il 13 maggio 1871 uscì sulla «Gazzetta Ufficiale» del Regno la legge delle Guarentigie, in diciannove articoli, che regolavano unilateralmente le relazioni tra Stato e Chiesa nella nuova Italia, «per garantire anche con franchigie territoriali, l’indipendenza del Sommo Pontefice ed il libero esercizio dell’autorità spirituale della Santa Sede». Lo Stato Pontificio era soppresso. Al Papa venivano riconosciuti il rango e i privilegi di un sovrano in Italia, una dotazione annua di 3.225.000 lire e il "godimento", non la proprietà, dei Palazzi Vaticani. Lo Stato manteneva il diritto per la nomina dei vescovi, lasciando insoluto il problema della proprietà ecclesiastica.

Pio IX, con l’enciclica Ubi nos 56 del 15 maggio, rifiutò la legge respingendo la dotazione annua assegnatagli e continuando ad affidarsi per le proprie necessità all’obolo di san Pietro, costituito dalle offerte volontarie dei cattolici di tutto il mondo: «Noi dichiariamo – proclama solennemente il Papa – che mai potremo in alcun modo ammettere o accettare quelle garanzie, ossia guarentigie, escogitate dal Governo Subalpino, qualunque sia il loro dispositivo, né altri patti, qualunque sia il loro contenuto e comunque siano stati ratificati.(…) Infatti ad ognuno deve risultare chiaro che necessariamente, qualora il Romano Pontefice fosse soggetto al potere di un altro Principe, né fosse dotato di più ampio e supremo potere nell’ordine politico, non potrebbe per ciò che riguarda la sua persona e gli atti del ministero apostolico, sottrarsi all’arbitrio del Principe dominante, il quale potrebbe anche diventare eretico o persecutore della Chiesa, o trovarsi in guerra o in stato di guerra contro altri Principi».

«Certamente – continua il Pontefice – questa stessa concessione di garanzie di cui parliamo non è forse, di per sé, evidentissima prova che a Noi fu data una divina autorità di promulgare leggi concernenti l’ordine morale e religioso; che a Noi, designati in tutto il mondo come interpreti del diritto naturale e divino, verrebbero imposte delle leggi, e per di più leggi che si riferiscono al governo della Chiesa universale, il cui diritto di conservazione e di esecuzione non sarebbe altro che la volontà prescritta e stabilita dal potere laico?». «Nel riflettere e considerare tali questioni – conclude il Pontefice – Noi siamo costretti a confermare nuovamente e dichiarare con insistenza (…) che il potere temporale della Santa Sede è stato concesso al Romano Pontefice per singolare volontà della Divina Provvidenza e che esso è necessario affinché lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a un potere civile, possa esercitare la suprema potestà di pascere e governare in piena libertà tutto il gregge del Signore con l’autorità conferitagli dallo stesso Cristo Signore su tutta la Chiesa» 57.

La tensione tra Chiesa e Stato non diminuì negli anni successivi. Nel 1872 Vittorio Emanuele firmò una legge che prevedeva l’espulsione di tutti i religiosi e le religiose dai loro conventi: vennero confiscate 476 case e disperse 12.669 persone. Messo a conoscenza del provvedimento, in un’epistola del 16 giugno 1872 (58), il Pontefice respinse l’ipocrisia delle richieste di "conciliazione" con il governo usurpatore con queste parole: «A nulla giova proclamare la libertà del Nostro Pastorale Ministero, quando tutta la legislazione, anche in punti importantissimi, come sono i Sacramenti, si trova in aperta opposizione con in principi fondamentali e le leggi universali della Chiesa. A nulla giova riconoscere per legge l’autorità del Supremo Gerarca quando non si riconosce l’effetto degli atti da Lui emanati: quando gli stessi vescovi da Lui eletti non sono legalmente riconosciuti e loro si proibisce con ingiustizia senza pari di usufruire del legittimo patrimonio delle loro chiese e finanche di entrare nelle loro case episcopali» 59.

Nel 1873 furono soppresse, in tutte le università, le facoltà di teologia, e i seminari furono sottoposti al controllo governativo. L’anno successivo la legislazione esistente sulla soppressione degli ordini religiosi e la confisca delle loro proprietà fu estesa anche a Roma; il Colosseo fu sconsacrato a simboleggiare la sovranità laica su Roma, i preti furono costretti a prestare servizio militare.

Pio IX, secondo l’attenta ricostruzione di Fiorella Bartoccini, non era isolato dal suo popolo, ma informatissimo di quanto avveniva in quella che chiamava «la capitale del disordine»60. «Non era vero quindi quanto scriveva nel suo Diario Gregorovius, che il Papa viveva quasi dimenticato nella sua stessa Roma, che stava come un mito in Vaticano: gran parte della popolazione, superato un primo momento d’incerto timore, rispose per alcuni anni con una significativa e massiccia adesione, sollecitata e spontanea al tempo stesso»61.

A Roma, nelle chiese, si pregava contro le leggi ecclesiastiche del nuovo Stato e al 20 settembre si contrapponeva come festa annuale il 12 aprile, che commemorava il ritorno a Roma di Pio IX dopo la tempesta repubblicana del ’49. Fu solo una minoranza la parte dell’aristocrazia che aderì al nuovo regime e alla nuova corte. La maggior parte delle famiglie nobili romane accolse gli appelli di Pio IX e mantenne la vita semplice e austera che l’aveva sempre contraddistinta 62. Fu solo sotto Leone XIII che l’atmosfera cambiò e la vita dell’aristocrazia, tratteggiata dalle cronache di D’Annunzio, divenne mondana e lussuosa.

La classe sociale che anche sotto il pontificato successivo serbò maggior fedeltà allo spirito e alla memoria di Pio IX fu la borghesia romana, colpita dall’unificazione nell’identità della propria funzione e, spesso, nelle sue stesse risorse economiche. Anche quando il Vaticano si adattò, osserva Fiorella Bartoccini, essa «continuò a mantenere in alcuni clan familiari e sociali, isole di chiusura e di resistenza» al nuovo regime 63.

Nell’udienza concessa il 29 maggio 1876 ai rappresentanti delle 24 città della Lega Lombarda, Pio IX rivolse un discorso di capitale importanza che potrebbe essere definito, come ha sottolineato Antonio Monti 64, Il Risorgimento italiano giudicato da Pio IX. Pio IX ricorda in quel discorso le origini dei moti che sconvolsero l’ordine politico e sociale della Restaurazione: «Sorge allora una setta, nera di nome e più nera di fatti, e si sparse nel bel paese, penetrando adagio in molti luoghi (la Carboneria). Più tardi un’altra ne compare che volle chiamarsi giovane: ma per verità era vecchia nella malizia e nelle iniquità. A queste due altre ancora ne vennero dietro, ma tutte alla fine portarono le loro acque torbide e dannose alla vostra palude massonica». Questi agitatori e gli illusi da essi guadagnati, riuscirono al «trionfo del disordine e alla vittoria della più perfida rivoluzione».

Nel marzo 1876 Minghetti fu sconfitto in Parlamento e il re affidò l’incarico ad Agostino Depretis, che avrebbe presieduto otto governi nei dieci anni successivi, all’insegna del "trasformismo". Pio IX paragonò la Destra e la Sinistra rispettivamente al colera e al terremoto 65. «Né eletti, né elettori»: la formula che don Margotti aveva coniato fin dal 1857 si tradusse nel dovere dell’astensione e nell’invito ad un’opera di organizzazione metodica e capillare della società 66. Il movimento cattolico in Italia, a partire dal 1874, si raccolse attorno all’Opera dei Congressi, impiegando tutte le sue forze nella costruzione di una fitta rete di opere sociali ed economiche fiorenti attorno alle parrocchie 67.

Da allora fino alla morte, Pio IX rinnoverà continuamente le sue proteste contro la violenza subita, ribadendo che il principato temporale del Pontefice costituisce la condizione necessaria per il libero esercizio della sua autorità spirituale e che la "questione romana" non è una questione politica, legata al problema della indipendenza e della unità italiana, ma una questione eminentemente religiosa, perché riguarda la libertà del capo della Chiesa universale, nell’esercizio del suo sacro ministero 68.

Scopo della «sacrilega invasione», ripete ancora Pio IX nell’allocuzione concistoriale del 12 marzo 1877, non è infatti «tanto la conquista del nostro Stato, quanto il pravo disegno di distruggere più facilmente, mediante la soppressione del nostro dominio temporale, tutte le istituzioni della Chiesa, annientare l’autorità della Santa Sede, abbattere il supremo potere del vicario di Gesù Cristo, a noi, benché immeritevoli, confidato» 69.

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Note

 

1 Cfr. I discorsi di Cavour per Roma capitale, a cura di Pietro Scoppola, Istituto di Studi Romani, Roma 1971.

2 Sulla questione romana, oltre all’opera fondamentale di PIETRO PIRRI (in particolare III, I, pp. 1-336), cfr. gli studi di RENATO MORI, La questione romana 1861-1865, Felice Le Monnier, Firenze 1963 e Il tramonto del potere temporale 1866-1870, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1967; CARLO MARIA FIORENTINO, La questione romana intorno al 1870. Studi e documenti, Archivio Guido Izzi, Roma 1997.

3 E DE SANCTIS, Il Mezzogiorno e lo Stato unitario, cit. in ALBERTO AQUARONE, Le forze politiche italiane e il problema di Roma, in Alla ricerca dell’Italia liberale, Guida, Napoli 1972, p. 155.

4 Cit. in G. SPADOLINI, Un dissidente del Risorgimento (Giuseppe Montanelli) con documenti inediti. Aggiunta la ristampa del saggio montanelliano L’Impero, il Papato e la Democrazia (1859), Le Monnier, Firenze 1962, p. 166.

5 Cfr. G. CANTONI, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a P. CORREA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, tr. it. Cristianità, Piacenza 1977, p. 15.

6 Cit. in R. F. ESPOSITO, La Massoneria e l’Italia, cit., p. 108. «Forse» scrive un altro esponente massonico, G. Francocci, «il più piccolo fatto d’armi del Risorgimento; certamente il più grande avvenimento della civiltà umana. Risorgimento: opera della Massoneria! XX settembre: gloria della Massoneria!» (cit. in R.F. ESPOSITO, op. cit., p. 93).

7 HENRY D’IDEVILLE, Il Re, il Conte e la Rosina, TEA, Milano 1996, p. 283.

8 BELLOCCHI, IV, pp. 204-208.

9 Ibid., pp. 214-219.

10 Ibid., pp. 227-232.

11 Sia i cardinali Sisto Riario Sforza (1810-1877), arcivescovo di Napoli (1845), che Filippo De Angelis (1792-1877) arcivescovo di Fermo (1842), avevano partecipato al conclave che aveva eletto Pio IX e si erano distinti nelle fila degli intransigenti. Il cardinale De Angelis, durante la Repubblica Romana del 1849 era stato imprigionato ad Ancona per ordine di Mazzini. Entrambi furono allontanati dalle loro diocesi dai piemontesi nel 1860 e vi poterono rientrare solo nel 1866. Del cardinale Riario Sforza, detto "il san Carlo Borromeo di Napoli", è stata introdotta la causa di beatificazione nel 1947.

12 In questo stesso periodo, altri legittimisti europei si affiancarono al "brigantaggio" lealista che continuava a resistere contro l’esercito piemontese. Tra i capi degli insorgenti in questo periodo furono il conte Henri de Cathelineau (1813­1891), già volontario pontificio e discendente del celebre capo vandeano; il barone prussiano Teodoro Klitsche de la Grange (1799-1868); il conte sassone Edwin von Kalckreuth, fucilato nel 1862; il marchese belga Alfred de Namur, fucilato nel 1861; il conte Emile de Christen (1835-1870); i catalani José Borges (1813-1861) e Rafael Tristany (1814-1899). Per un approfondimento, cfr. ALDO ALBONICO, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia: la Spagna e il brigantaggio meridionale postunitario, Giuffrè, Milano 1979; FRANCO MOLFESE, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1979.

13 BELLOCCHI, IV, p. 216.

14 Ibid., pp. 284-286.

15 Ibid., p. 286.

16 H. D’IDEVILLE, Il re, il conte e la Rosina, cit., p. 187.

17 Sulla morte di Cavour cfr. l’ampia documentazione in PIRRl, II, I, pp. 391­405; II, II, pp. 263-280.

18 Bettino Ricasoli (1809-1880) fu ministro dell’Interno nel governo di Toscana creato dopo l’abdicazione del Granduca (1859) e quindi capo della maggioranza parlamentare del nuovo Regno d’Italia. Succeduto a Cavour dopo la sua morte (1861), si dimise nel 1862 per contrasto con il re e con il Rattazzi, per poi tornare ancora al potere dal 1866 al 1867. Sulla sua politica verso la Chiesa, cfr. R. MORI, Il tramonto del potere temporale, cit., pp. 11-122.

19 G. SPADOLINI, Autunno del Risorgimento, Le Monnier, Firenze 1974, pp. 98-99.

20 Cfr. R. MORI, La questione romana, cit., pp. 162-268.

21 Cit. in POLVERARI, III, p. 55.

22

23 Filippo Cordova (1811-1868), deputato al Parlamento siciliano e ministro delle Finanze nel 1848-1849 fu ministro dell’Agricoltura (1861-62, 1866-67) e della Giustizia (1862, 1867) del Regno d’Italia. Cfr. la voce di GIUSEPPE MONSAGRATI in DBI, 29 (1983), pp. 30-35.

24 Il generale Ermanno Kanzler (1827-1888) originario del Baden, aveva già combattuto a Castelfidardo e ad Ancona nel 1860, prima di assumere la carica di comandante dell’esercito pontificio. Su di lui cfr. MARTINA III, p. 16 con bibl.; P. DALLA TORRE, La difesa di Roma, cit.

25 P. RAGGI, op. cit., p. 11.

26 Ibid., p. 12.

27 Monti e Tognetti, subito arrestati, vennero processati e condannati a morte il 24 novembre 1868. Cfr. lo scambio di corrispondenza tra Pio IX e Vittorio Emanuele II del novembre-dicembre 1868 in PIRRI, III, II, pp. 194-200.

28 PIO VITTORIO FERRARI, Villa Glori. Ricordi e aneddoti dell’autunno 1867, Istituto di Studi Romani, Roma 1964, pp. 22-23.

29 G. GARIBALDI, Scritti e discorsi politici e militari, Cappelli, Bologna 1937, II, pp. 433-434.

30 Ibid., III, p. 19.

31 Su Mentana cfr. P. DALLA TORRE, L’anno di Mentana. Contributo ad una storia dello Stato Pontificio nel 1867, Aldo Martello Editore, Milano 1967; R. MORI, Il tramonto del potere temporale, cit., pp. 209-307; PIRRI III, I, pp. 167-207.

32 MARTINA, III, p. 45. Con il breve Ex quo infensissimi del 14 novembre 1867, il Papa concesse ai soldati pontifici un fregio d’argento da portare sul lato sinistro del petto, sospeso ad un nastro di seta bianca distinto con cinque righe celesti (BELLOCCHI, IV, pp. 292-293).

33 MARTINA, III, p. 43.

34 H. D’IDEVILLE, I piemontesi a Roma (1867-1870), a cura di Guido Artom, Longanesi, Milano 1982, p. 55.

35 Ibid., pp. 58-59.

36 Ibid., p. 59.

37 Sulla situazione politica generale nei mesi di luglio-agosto 1870 e sulla caduta dello Stato Pontificio cfr. NORBERT MIKO, Das Ende des Kirchenstaates, 4 voll., Herold Verlag, Wien-Munchen 1964-1970; MARTINA, III, 233-301; FEDERICO CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, G. Laterza, Bari 1951, pp. 3-323; R. MORI, Il tramonto del potere temporale, cit., pp. 454-546.

38 H. D’IDEVILLE, I piemontesi a Roma, cit., p. 150.

39 «La situation est changée avec la République. Je crois qu’il est maintenant le temps d’oser» telegrafava il 5 settembre Visconti Venosta al Minghetti (R. MORI, Il tramonto del potere temporale, cit., p. 522). Sul Visconti Venosta cfr. F. CHABOD, op. cit., pp. 563-599 che lo definisce, tra tutti i ministri, alla vigilia del 20 settembre, «il più restio all’azione" (p. 568).

40 H. D’IDEVILLE, I piemontesi a Roma, cit., p. 265.

41 Il 29 luglio 1870, il ministro degli Esteri francese Gramont faceva comunicare al governo italiano che era stato dato l’ordine alle truppe francesi di iniziare il rimpatrio da Civitavecchia il 5 agosto se si impegnava anch’esso a dichiarare il rispetto della Convenzione. Il 4 agosto il ministro degli Esteri italiano Visconti Venosta confermava che «il Governo del Re, per ciò che lo concerne, si atterrà esattamente agli obblighi che risultano per lui dagli accordi stipulati nel 1864» (cit. in R. MORI, Il tramonto del potere temporale, cit., p. 491).

42 PELCZAR, II, p. 149; POLVERARI, III, p. 202.

43 PELCZAR, II, pp. 552-553; POLVERARI, III, p. 203.

44 H. D’IDEVILLE, I piemontesi a Roma, cit., pp. 168-169.

45 POLVERARI, III, p. 206.

46 PELCZAR, II, p. 553.

47 Per la ricostruzione degli eventi militari della presa di Roma, cfr. P. DALLA TORRE, La difesa di Roma nel 1870, in «Pio IX» 1-2-3 (gennaio-dicembre 1978), pp. 485-642; GIORGIO GALLINI, Martedì 20 settembre 1870. La breccia nella Civiltà, Tip. Gregoriana, Roma 1991; RAFFAELE CADORNA, La liberazione di Roma nell’anno 1870 e il plebiscito, Milano 1970. Il generale Kanzler aveva diviso il teatro delle operazioni della difesa in quattro zone, affidate rispettivamente al colonnello Azzanesi della Fanteria di Linea (sulla destra del Tevere), al colonnello Allet degli Zuavi, al colonello Jeannerat dei Carabinieri esteri, al colonnello Perrault della Legione Romana (alla sinistra del Tevere). I cittadini di Roma si arruolarono nel corpo Volontari Pontifici delle Riserve in un battaglione di quattro compagnie ai comandi del duca Salviati, del principe Aldobrandini, del marchese Patrizi, del principe Lancellotti.

48 «Questo nome di Bonaparte» osserva d’Ideville «sembra fatale alla Roma cattolica; la breccia morale è stata praticata da Napoleone nel 1859, e proprio nella villa della sua famiglia, gli italiani hanno aperto la breccia del 20 settembre» (I piemontesi a Roma, cit., p. 188).

49 PELCZAR, II, p. 556. Cfr. anche G. MARTINA, Il discorso di Pio IX al Corpo Diplomatico la mattina del 20 settembre, in «Rivista della Storia della Chiesa in Italia» 25 (1971), pp. 533-545.

50 P. RAGGI, op. cit., p. 34.

Rivolgendosi il 10 aprile 1865 al nuovo Parlamento italiano nel suo Discorso sulla soppressione delle comunità religiose e l’incameramento dei beni ecclesiastici, Cesare Cantù così protestò contro la violazione dello Statuto del Regno attuata da questa legge: «Distruggere, sempre distruggete! Volgetevi all’onda perigliosa che da alcuni anni solcate, e presi voi stessi di sgomento, guatando di quanti rottami l’avete sparsa. Distruggete i Comuni, distruggete la famiglia, distruggete i codici, distruggete le autonomie, distruggete le barriere d’Italia; or distruggete la Chiesa, distruggete lo Statuto e prima avrete distrutto la libertà».

51 F. DE SANCTIS, op. cit., II, p. 407. «Il 20 settembre del 1870 (e la data della breccia fu scelta appositamente perché in quella notte in Loggia si dà inizio all’anno di lavori massonici) un colporteur di cui la storia ci ha tramandato il nome – Luigi Ciari – fu il primo civile ad entrare dietro i bersaglieri nella Roma non più papale, con un carretto di Bibbie protestanti trascinato da un cane che rispondeva al nome di "Pio nono". Quel Ciari era valdese e non a caso, poiché sia i "risorgimentali" laicisti italiani che i protestanti stranieri puntavano su questo solo gruppo di evangelisti "indigeni" per dare avvio alla Grande Riforma Italiana» (VITTORIO MESSORI, Un italiano serio. Il Beato Francesco Faa di Bruno, Paoline, Cinisello Balsamo 1990, p. 207).

52 «Quasi a voler imprimere un definitivo suggello al modo in cui si era costituito, attraverso decenni di lotta, di speranze, di contrasti e di delusioni, lo Stato unitario italiano, l’operazione politico-diplomatica culminata, con scarso fasto militare, a Porta Pia fu in un certo senso la ricapitolazione delle linee di sviluppo dell’intero Risorgimento (…). Può essere anche considerato significativo che malgrado le speranze di moderati e democratici, di uomini di governo e di oppositori, l’ultimo capitolo del Risorgimento si chiuse al di fuori di qualsiasi movimento popolare senza la partecipazione attiva dei più direttamente interessati: le tanto attese e sperate dimostrazioni delle popolazioni del territorio romano contro il dominio papale non si concretarono» (A. AQUARONE, op. cit., pp. 151-152).

53 Cfr. MASSIMILIANO VALENTE, Pio IX, il Sacro Collegio e il Corpo diplomatico di fronte alla questione della partenza da Roma dopo la caduta del potere temporale, in «Il Diritto Ecclesiastico» 3 (1999), pp. 784-833.

54 Acta, V, pp. 263-277; BALAN, II, pp. 1032-1035; BELLOCCHI, IV, pp. 341-348.

55 Cfr. EMILIA MORELLI, Il Palazzo del Quirinale da Pio IX a Vittorio Emanuele II, in «Archivum Historiae Pontificiae», VII (1970), pp. 239-300.

56 BELLOCCHI, IV, pp. 355-360.

57 Ibidem pp. 357-359

58 Ibid., pp. 371-377.

59 Ibid., p. 376.

60 F. BARTOCCINI, op. cit., p. 447.

61 Ibid., p. 454.

62 Cfr. G. DE GIOVANNI, I discorsi di Pio IX al Patriziato e alla nobiltà romana, in «Rivista Araldica» LXXVI (1978), p. 33; F. BARTOCCINI, op. cit., pp. 557-561. Tra le famiglie rimaste fedeli al Papa: Ruspoli, Chigi, Massimo, Altieri, Barberini, Aldobrandini, Lancellotti, Orsini, Patrizi, Salviati, Rospigliosi, Borghese, Theodoli.

63 F. BARTOCCINI, op. cit., p. 566.

64 ANTONIO MONTI, Pio IX nel Risorgimento italiano, G. Laterza, Bari 1928, pp. 162-225.

65 G. SPADOLINI, L’opposizione cattolica, Vallecchi, Firenze 1961, p. 125.

66 Ibid., pp. 150-151. Sul non-expedit cfr. G. DE ROSA, Storia del movimento cattolico in Italia, I, Laterza, Bari 1966, pp. 95-120; CESARE MARONGIU­BUONAIUTI, Non expedit. Storia di una politica (1866-1919), Giuffré, Milano 1971.

67 Cfr. F. FONZI, I cattolici e la società italiana dopo l’Unità, Studium, Roma 1960; G. SPADOLINI, L’opposizione cattolica, cit.

68 Il discorso sul Papa-Re non deve dare adito a pericolose confusioni. Premessa la necessaria distinzione tra il "potere temporale" del Papa e il suo potere "in materia temporale", va osservato che le radici del principato civile non possono e non devono essere ricercate in un ipotetico diritto divino che fondi la "regalità sacra" del Pontefice allo stesso modo di quella dei sovrani temporali. Il potere temporale non può essere per il vicario di Cristo un fine, in sé, ma solo un mezzo per assicurare la suprema giurisdizione spirituale. Così insegnano gli autori contro-rivoluzionari (cfr., tra gli altri, J. DONOSO CORTÉS, in Obras completas, Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1970, II, pp. 321-348; più esaurientemente D.P. BENOIT, La Cité antichrétienne au XIX siècle, Société générale de Librairie catholique, Paris 1885, I, pp. 274-283 e II, pp. 536-563), e gli stessi pontefici, anche successivi a Pio IX. Leone XIII, dal 1878 al 1889, protestò ufficialmente sessantadue volte contro la privazione del suo "principato civile". Basti qui ricordare la lettera del 15 giugno 1887 al cardinale Rampolla, in cui il Pontefice rinnovò con ampiezza dottrinale la rivendicazione di una "sovranità effettiva". Alla vigilia della morte, il Papa rimise infine a monsignor Angeli un plico contenente un documento, da leggere in conclave, in cui si denunciavano tutti i tentativi fatti per spingerlo ad accettare un accomodamento (cfr. C. GLEZ, in DTC, 12, coll. 2693-94). La "conciliazione" fra la Chiesa Cattolica e lo Stato italiano fu sancita, dopo circa ottant’anni di dissidio, dai Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.

69 BALAN, III, p. 868. Il fine della Rivoluzione, ribadiscono i gesuiti su «La Civiltà Cattolica», è quello dell’annientamento non di una, ma entrambe le potestà, la papale e la regia ossia la repubblicanizzazione totale dell’Italia. D’altra parte, la rivista, che riflette sempre fedelmente il pensiero del Pontefice, avverte che «il ciclo della rivoluzione italiana non è terminato con l’acquisto di Roma» (Della questione monarchica in Italia, in «La Civiltà Cattolica», serie IX, vol. XIII, fase. 633 [23 ottobre 1876] p. 257).