11 settembre – XXIV domenica del tempo ordinario

Tracce per omelie

Commento al Vangelo – XXIV Domenica del Tempo Ordinario

 

Devo perdonare una volta sola?

Il problema del perdono è complesso. La legge antica dava all’offeso il diritto di vendicarsi. Il Vangelo prescrive il dovere di perdonare le offese e glorifica chi lo fa. Ora, quali sono i limiti? Fino a che punto deve esser prodiga la nostra misericordia?
Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP
fondatore degli Evangeli Praecones
courtesy of
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"In quel tempo, 21 Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". 22 E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito.

26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa!’. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.

28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi!’. 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito!’. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’. 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.

35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello’" (Mt 18, 21-35).

 

I – Invito alla bontà, mansuetudine e clemenza

Si osserva con frequenza in alcune persone, quando intraprendono le vie della pratica della virtù, la tendenza a cercare una regola precisa che garantisca loro la salvezza. Spiriti pragmatici, si sentono interamente sicuri solo cercando di avere sotto il loro controllo la propria vita spirituale, senza dipendere da altri e, probabilmente, nemmeno dalla grazia divina.

Vorrebbero ottenere meriti soprannaturali più o meno come chi destina denaro in banca, con la garanzia che renderà una determinata somma ogni mese. Così come le occupazioni fisse e manifeste conferiscono stabilità alla nostra esistenza terrena, esse desiderano lo stesso per l’ottenimento della vita eterna.

Nessuno può conoscere con certezza il suo stato d’animo

Nemmeno il più saldo e virtuoso degli uomini può però evitare un briciolo di insicurezza riguardo il suo stato d’animo. A questo riguardo, solo Dio conosce con certezza la situazione di ciascuno; pertanto, nessuno può ritenere di essere senza dubbio nella grazia divina, come spiega il Dottor Angelico: "Uno non può sapere, con certezza assoluta, di possedere la grazia, secondo la prima Lettera ai Corinzi: ‘Non mi giudico da me stesso. Chi mi giudica è il Signore’" (1).

Un commovente fatto storico illustra questa realtà. Quando Santa Giovanna d’Arco affrontava il processo orchestrato contro di lei, uno degli inquisitori – Jean Beaupère, maestro dell’Università di Parigi – le fece una domanda insidiosa: "Sei in stato di grazia?" (2). Se avesse risposto affermativamente, sarebbe stata biasimata per il fatto di contrariare la dottrina cattolica; se avesse negato, avrebbe dato pretesto alla malevolenza dei suoi accusatori. La giovane pastora, invece, affrontò in maniera perfetta la capziosa questione, come avrebbe fatto il più esperto teologo: "Se non lo sono, che Dio mi vi introduca; se lo sono, che Dio mi ci conservi" (3).

Ora, questa salutare insicurezza quanto alla salvezza diverge dalla mentalità orgogliosa e pragmatica dei farisei dell’epoca di Nostro Signore, che avevano elaborato centinaia di regole il cui semplice compimento, essi credevano, rendeva la persona giustificata davanti a Dio. Concepivano la Religione come un contratto, nel quale a loro toccava osservare con precisione questo elenco di precetti esteriori, e a Dio premiare chi li osservasse, qualsiasi fossero le loro disposizioni interiori.

Come vedremo più avanti, San Pietro, formulando la domanda trascritta all’inizio del Vangelo di oggi, mostra di essere influenzato in certa misura da questo modo di pensare. Perché la psicologia umana è costituita in modo tale che ognuno tende a giudicare normale l’ambiente dove è nato e vive, di conseguenza l’uomo si adatta con facilità persino alle maggiori contingenze e avversità che incontra nella vita di tutti i giorni.

Il concetto di giustizia all’epoca di Nostro Signore

Nel corso del ciclo liturgico, la Chiesa ci mostra differenti aspetti degli infiniti attributi di Dio, per meglio conoscerLo, amarLo e imitarLo. In questa 24ª Domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo ci invita alla bontà, alla mansuetudine e alla clemenza: dobbiamo essere buoni come Egli è buono, compassionevoli come Egli è compassionevole, clementi come Egli è clemente. "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11, 29), ci esorta Gesù.

Per meglio comprendere il passo proposto oggi dalla Chiesa alla nostra considerazione, dobbiamo aver ben presente quanto l’odio, il desiderio di vendetta e l’incapacità di perdonare imperversavano nelle civiltà precedenti alla venuta del Signore Gesù.

Il concetto di giustizia vigente nell’Oriente biblico si fondava sulla Legge del Taglione, secondo la quale il criminale doveva esser punito taliter, cioè con rigorosa reciprocità in relazione al danno inflitto: "Occhio per occhio, dente per dente" – tale il crimine, tale la pena. Vale la pena notare che questo principio legale mirava anche a mitigare i costumi violenti dei popoli antichi, dove la rappresaglia era la regola e, in generale, provocava un danno maggiore di quello dell’offesa (4). Vigendo il costume di fare giustizia con le proprie mani, prevaleva sempre il più forte e il perdono era visto come segno di debolezza.

Nell’antica Mesopotamia, per esempio, "le pene erano atti di vendetta e raramente bastava tagliare la testa; troviamo spesso, soprattutto in Assiria, il supplizio del palo e lo scorticamento. Si lasciava insepolto il cadavere, perché servisse da lezione. Per delitti di minor valore, era all’ordine del giorno tagliare la mano, il naso, le orecchie, strappare gli occhi. Il debitore insolvente restava schiavo perpetuo del creditore, il quale poteva venderlo o utilizzarlo a suo servizio" (5).

Consideriamo in questa prospettiva il passo del Vangelo di oggi.

II – Quali i limiti del perdono?

"In quel tempo, 21 Pietro gli si avvicinò e gli disse: ‘Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?’".

Gli Apostoli erano stati formati in una scuola completamente differente da quella del Messia. La stessa Legge di Mosè era severissima, e certe colpe, come la blasfemia contro Dio, erano castigate con la morte immediata per lapidazione (cfr. Lv 24, 14-16).

San Pietro aveva appena sentito Nostro Signore discorrere a proposito delle relazioni umane, parlando su come trattare i bambini, della parabola della pecorella perduta e della correzione fraterna. Certamente pensava di agir bene formulando la domanda: "Signore, quante volte devo perdonare mio fratello, quando egli peccherà contro di me? Anche sette volte?" Commenta Lagrange: "Pietro sa bene che è necessario perdonare un fratello. Ma quali sono i limiti? Egli ritiene di esser in pieno accordo con lo spirito di Gesù, proponendo sette volte" (6).

Maldonado va più lontano, ricordando in questo passo l’opinione di Crisostomo e Eutimio, per cui San Pietro "fu mosso da un certo spirito di vanagloria e dal desiderio di ottenere fama di misericordioso, perché gli sembrava una grande impresa dire, anche se con esitazione, che era necessario perdonare sette volte il peccatore" (7).

Ora, nella realtà, l’atteggiamento del Principe degli Apostoli mostra quanto influenzato egli ancora fosse dai criteri della sua epoca, secondo i quali la dottrina insegnata dal Signore Gesù sembrava assurda. Nella considerazione di San Giovanni Crisostomo, la sua domanda equivaleva a dire: "Se mio fratello continua a peccare e a pentirsi quando viene corretto, quante volte ci dici di sopportare questo? Perché per colui che non si pente né condanna se stesso, hai già stabilito un limite, dicendo: ‘Sia per te come un pagano e pubblicano’. Non, però, per chi si pente: per questo ci ordini di tollerare. Quante volte, allora, devo sopportarlo se, essendo rimproverato, si pente" (8).

Cristo è venuto a portare misericordia infinita

22 "E Gesù gli rispose: ‘Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette’".

Sette era un numero simbolico nell’Antichità, e significava "innumerevoli volte". Per mostrare come fosse di fatto illimitato il perdono che si doveva dare al fratello, Nostro Signore usa la formula "settanta volte sette", ossia, molto moltiplicato per molto più.

Con quest’espressione, osserva Crisostomo, Gesù non vuole "fissare un numero, ma far capire che si deve perdonare illimitatamente, continuamente e sempre" (9). Alla misericordia sempre parsimoniosa dell’uomo, il Maestro contrappone la sua misericordia infinita.

In seguito – agendo secondo l’aspettativa dello spirito orientale, molto immaginativo –, Egli ricorre a una parabola per rendere più comprensibile la sua dottrina. Spesso, l’uso di paragoni o analogie rende possibile esternare le verità in un modo più profondo di quanto sia possibile con la mera teoria.

Un debito impossibile da rimettere

23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito".

La parabola è semplice, accessibile e convincente nell’introdurre la figura di uno che doveva molto denaro. Alcune traduzioni parlano di una "enorme fortuna", mentre altre, che si rifanno di più all’originale greco, specificano che si tratta di diecimila talenti.

Un talento attico corrispondeva a seimila dracme d’argento, il cui peso era approssimativamente di 26 chilogrammi. Ossia, il valore menzionato da Nostro Signore doveva equivalere a quasi 260 tonnellate del prezioso metallo. Per farsi un’idea di quanto questo significasse, si consideri che, secondo lo storiografo ebreo Flavio Giuseppe, la Galilea e la Perea pagavano 200 talenti di tributo annuale a Erode Antipatro (10).

Il Signore Gesù menziona questa esorbitante somma al fine di impressionare i suoi ascoltatori, dallo spirito calcolatore e rendere evidente l’impossibilità di pagare il debito. Sorge, così, una prima applicazione di questo passo alla nostra vita spirituale: la nostra incapacità di saldare il debito che abbiamo contratto con il Creatore.

Gli dobbiamo, la vita e l’essere. Oltre a questo, la Redenzione e le innumerevoli grazie e benefici da Lui concessi a ognuno nel corso dell’esistenza. Quanto più abbondanti questi siano stati, maggiore l’obbligo di restituire. Per questo esclama Crisostomo: "Non è vero che, anche se avessimo dato tutti i giorni la vita per chi ci ha amati così tanto, non Gli avremmo retribuito degnamente o, meglio ancora, non Gli avremmo pagato neppure una minima parte del nostro debito?" (11).

Da questo punto di vista, Maria Santissima è di gran lunga la maggior debitrice di Dio, poiché Lei da sola ha ricevuto molto di più che tutte le creature angeliche e umane messe insieme. "Per gli Angeli e per tutti i Beati del Cielo, Dio ha fatto meraviglie ‘che l’uomo è incapace di pronunciare (II Cor 12, 4); ‘quelli che ha giustificati li ha anche glorificati’ (Rm 8, 30). Anche in Maria Egli ‘ha fatto meraviglie’, ma meraviglie di fatto singolari, perché la grandezza di Maria eccede incomparabilmente qualsiasi altra grandezza creata" – afferma San Lorenzo da Brindisi (12).

Ora, al contrario della Vergine Immacolata, ogni colpa nostra ha accresciuto a questo debito un valore incommensurabile, perché l’obbligo di restituire contratto commettendo un solo peccato è infinito, perché è infinita la dignità dell’Offeso.

Infatti, anche se passassimo l’eternità intera facendo i sacrifici più inverosimili, non pagheremmo il nostro debito. Nulla che possiamo fare da soli è sufficiente per riparare il peccato dei nostri progenitori e i nostri stessi peccati, contro il Creatore.

Il perdono del re ci invita a perdonare

26 "Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa!’. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito".

Il servo insolvente riconosce di esser debitore, si prostra a terra e chiede clemenza: "Dammi un limite di tempo, e io ti pagherò tutto!". Vana illusione! Perché, per quanto grande sia questo limite, gli sarà impossibile saldare il debito. Il re, però, mosso da compassione, non parla di ritardare il pagamento, né cerca di recuperare parte del denaro. Perdona tutto.

Di fronte a un pentimento sincero, allo stesso modo procede Dio nei nostri confronti, non lasciandoSi vincere in bontà e trattandoci con una misericordia infinitamente maggiore di quanto oseremmo sperare. Per farlo, ci pone soltanto una condizione: "un cuore contrito e umiliato" (Sl 50, 19).

Nostro Signore è venuto a sostituire la pena del taglione con un nuovo modo di trattare: amare il prossimo come se stesso, per amore di Dio. Per giustificare la disposizione a perdonare sempre, questo Maestro rigoroso nella lotta al peccato "evoca davanti ai suoi discepoli il Giudizio al quale tutti noi avremo tante richieste di perdono da fare" (13).

Così, chi si riconosce meritevole di castigo per le sue colpe, vedendosi perdonato da Dio in forma così gratuita e sovrabbondante, sarà disposto a fare lo stesso con i fratelli.

L’amor proprio ferito porta al desiderio di vendetta

28 "Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi!’. 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito!’. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito".

Subito dopo esser stato trattato con tanta generosità, questo servo si mostra implacabile con l’altro che gli doveva appena cento monete e lo fa gettare in carcere. I particolari della narrazione evidenziano il violento contrasto tra l’atteggiamento del servo perdonato e quello del re, ma la parabola resta ancora al di qua della realtà.

Infatti, mancandoci la carità verso il prossimo, agiamo come il servo cattivo, poiché i debiti che possiamo avere tra noi non si accostano minimamente a quello generato da una sola mancanza commessa contro il Creatore ma pur essendo stati tante volte oggetto della misericordia divina, non è raro che il nostro amor proprio si senta ferito quando uno ci fa un’offesa, e, irritati, coltiviamo il desiderio di vendicarci.

Trascorsi venti secoli, si osserva ancora nel rapporto tra i cristiani questa disposizione alla vendetta, soprattutto per quel che concerne il dominio interiore. Con frequenza le persone perdonano formalmente, ma conservano il dispiacere e il rancore nell’animo e, con essi, il desiderio di una rivalsa.

"Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?" (Gc 4, 1), chiede l’Apostolo San Giacomo. Siccome la tendenza esacerbata all’amor proprio è conseguenza del peccato originale, l’uomo avrà sempre questo combattimento davanti a sé e non gli rimarrà che ricorrere alla grazia divina per vincere questa cattiva inclinazione.

Obbligo di denunciare il peccatore

31 "Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto".

La reazione provocata da questa ingiustizia negli altri servi è immagine dello scandalo che provoca chi non perdona il fratello. Agirono bene andando a riferire il fatto al re, perché "non è maldicenza rivelare a un superiore le colpe dei suoi subordinati, affinché egli faccia la correzione o impedisca il disordine che da loro possono derivare" (14). Al contrario, in certe occasioni, indicare le colpe commesse dagli altri è un obbligo morale relativo all’ottavo Comandamento della Legge di Dio; in caso di omissione, la persona può rendersi colpevole di connivenza.

Infatti è necessario denunciare il peccatore contumace, non solo per il bene della sua stessa anima, invitandolo ad emendarsi, ma anche per proteggere i buoni. Non è stato senza una ragione che Cristo, per far cessare lo scandalo dei mercanti nel Tempio, li espulse a colpi di frusta, gettando per terra il denaro dei cambisti (cfr. Gv 2, 14-16) e condannò pubblicamente i farisei come "razza di vipere" (Mt 12, 34), "ipocriti" (Mt 23, 13-15) e figli del demonio (cfr. Gv 8, 44).

Chi ha proceduto così è stato lo stesso Gesù che guarì ciechi e lebbrosi, moltiplicò i pani e pesci, resuscitò morti e dall’alto della Croce esclamò: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!" (Lc 23, 34).

Occorre anche notare, in questo versetto, il fatto che gli altri servi non si siano fatti giustizia con le loro mani. Nostro Signore mostra così che garantire il buon ordine compete a Dio e al potere pubblico, come ammonisce San Giacomo: "Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?" (Gc 4, 12).

A chi si è considerato leso, compete la disposizione continua al perdono. Infatti, ci prescrive l’Apostolo: "Non rendete a nessuno male per male, […]ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore" (Rm 12, 17-19).

Dio è clemente, ma anche giusto

32 "Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’. 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto".

Il Divino Maestro non è venuto a predicare l’impunità né il lassismo morale. Dio è clemente, ma anche giusto. Di fronte a benefici gratuiti di tal portata, dobbiamo tener presente che ad un certo momento dovremo render conto al Benefattore. Perché, come insegna Sant’Alfonso de’ Liguori, "la misericordia è stata promessa a chi teme Dio e non a chi di lei abusa […] se Dio aspetta con pazienza, non aspetta sempre" (15).

La giustizia e il perdono si chiedono, e devono andare insieme. Giustizia non è vendetta cieca, ma riparazione dell’ordine morale violato. Questa è la regola che il Signore Gesù è venuto a stabilire tra gli uomini.

La mancanza di reciprocità allontana il perdono di Dio

35 "Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello".

Nostro Signore è molto chiaro nel sottolineare la necessità di perdonare "con tutto il suo cuore" il fratello, e non soltanto formalmente. È necessario, pertanto, eliminare dal nostro spirito l’amarezza per l’offesa ricevuta, frutto dell’amor proprio. "Serbando rancore – afferma Crisostomo – conficchiamo in noi stessi la spada. Perché, cosa può aver fatto il tuo offensore, in comparazione con quello che fai a te stesso quando ti riempi d’ira e attrai contro di te la sentenza di condanna di Dio" (16).

Infatti, Cristo dice qui chiaramente che, se serbiamo nel cuore risentimento contro un nostro fratello, saremo consegnati ai torturatori, come il cattivo servitore della parabola. Al contrario, se sopportiamo gli affronti del prossimo come riparazione per l’infinito debito che abbiamo con il nostro Creatore, questo attirerà su di noi la misericordia divina.

Per la carità, per l’amore del prossimo, per il perdono non può esserci un limite. Di questa attitudine ci ha dato un bell’esempio Giuseppe, il figlio di Giacobbe, che ha beneficiato in tutti i modi possibili i fratelli che lo avevano venduto come schiavo ai mercanti, o ancora quel padre della parabola, quando corse incontro al figlio prodigo, lo abbracciò e lo coprì di baci (cfr. Lc 15, 20).

 

III – Perdonare rende simile l’uomo a Dio

Dio ha, per così dire, necessità di esser misericordioso. "L’onnipotenza di Dio si manifesta, soprattutto, perdonando e praticando la misericordia, perché, con queste azioni, si mostra che Dio ha il supremo potere", insegna San Tommaso (17).

Ora, è conforme a questo modello di sovrabbondante clemenza che dobbiamo amarci l’un l’altro e ad imitazione del nostro Creatore, abbiamo bisogno di perdonare in una maniera tale persino da dimenticare l’offesa ricevuta.

Perdonare, tuttavia, non sempre è facile. Esige vincere l’amor proprio che desidera rappresaglie e conserva rancore nel cuore. Infatti, se la vendetta è in accordo con la natura umana decaduta, "niente ci fa assomigliare tanto a Dio quanto la dolcezza e la carità verso coloro che ci oltraggiano con più malizia e violenza" (18), scrive San Giovanni Crisostomo.

Non è nella ricchezza né nel potere, ma nella capacità di perdonare che la persona manifesta la vera grandezza d’animo. Se pagare il bene con il male è diabolico e pagare il bene con il bene è mero obbligo, tuttavia, pagare il male con il bene è divino. Così deve procedere d’ora in poi l’uomo divinizzato dalla grazia comprata con il Preziosissimo Sangue del Redentore.

 

NOTE

 

1 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica, I-II, q.112, a.5, resp.

2 Cfr. PERNOUD, Régine et RAMBAUD, Mireille. Telle fut Jeanne d’Arc. Paris: Fasquelle, 1956, pag.259.

3 Idem, ibidem.

4 "Questa legislazione, così scioccante per la mentalità moderna, nasceva proprio da uno spirito di giustizia e moderazione. Se l’ingiustizia privata con facilità degenera in contesa, e questa in abuso, la ‘legge del taglione’ tendeva a evitare l’una e l’altro" (TUYA, OP, Manuel de. Biblia comentada. Evangelios . 3.ed. Madrid: BAC, 1977, vol.V, pag.82).

5 WEISS, Juan Bautista. Historia Universal . Barcelona: La Educación, 1927, v.I, pag.509.

6 LAGRANGE, OP, Marie Joseph. Évangile selon Saint Matthieu. Paris: J. Gabalda et Fils, 1927. pag.358.

7 MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los cuatro Evangelios – I Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1960, pag.652.

8 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia 61 sul Vangelo di San Matteo. c.1.

9 Idem, ibidem.

10 Cfr. LAGRANGE, op. cit., pag.359-360.

11 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia 61 sul Vangelo di San Matteo. c.2.

12 SAN LORENZO DA BRINDISI. Marial. Madrid: BAC, 2004, pag.309.

13 GRANDMAISON, SJ, Léonce. Jésus Christ. 6.ed. Paris: Gabriel Beauchesne, 1928, v.I, pag.103.

14 GAUME, J. Cathéchisme de Persévérance.4.ed. Bruxelles: H. Goemaere, 191, v.IV, pag.421.

15 SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. Preparazione alla morte – Considerazioni sulle Verità Eterne. XVII – Abuso della Misericordia Divina, c,I.

16 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia 61 sul Vangelo di San Matteo. c.5.

17 SAN TOMMASO D’AQUINO, Somma Teologica, I, q.25, a.3, ad 3º.

18 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia 19 sul Vangelo di San Matteo, c.7.